Category Archive Architettura Ecosostenibile

Project Milestone: il primo complesso residenziale stampato in 3D in Olanda.

In Olanda, ad Eindhoven, sarà costruito il Project Milestone, il primo complesso residenziale stampato in 3D. Il complesso, i cui lavori inizieranno quest’anno, sarà composto da 5 abitazioni in calcestruzzo. Il  Project Milestone è nato dalla collaborazione tra l’Università di tecnologia di Eindhoven, il comune di Eindhoven, l’appaltatore Van Wijnen, il gestore immobiliare Vesteda, la società dei materiali Saint Gobain-Weber Beamix e la società di ingegneria Witteveen + Bosche. Tutti questi partners finanzieranno il progetto assicurandosi che le abitazioni soddisfino tutti gli standards abitativi. A lavori ultimati le abitazioni saranno acquistate dalla stessa società immobiliare Vesteda.

Non è la prima volta che si fa il tentativo di realizzare edifici stampati in 3d. Nell’arco degli ultimo anni sono stati studiati e realizzati, soprattutto in Olanda, molti prototipi di edifici in 3d, ma alla fine mai realizzati. Lo scopo è quello di trasformare il mondo dell’edilizia facendo capire che la stampa 3d può essere utile per realizzare forme personalizzate di vari colori, riducendo l’impatto ambientale e lo spreco di materiali durante la fase di realizzazione. 

Bisogna ricordare che l’Olanda, a differenza di molti paesi europei, è decisamente avanti per quanto riguarda la progettazione sostenibile. Basti pensare anche al Regen Village, il primo quartiere eco alle porte di Amsterdan, dove la ricerca sostenibile si sposa alla perfezione con i nuovi sistemi ecologici di generazione e dispersione di energia naturale.

Il Project Milestone.

Il Project Milestone, composto da 5 abitazioni, ha previsto studi di ricerca iniziali approfonditi che permettessero di passare da ipotesi a realtà. Il primo edifici che si realizzerà sarà un’abitazione ad unico piano la cui ultimazione è prevista per il 2019.

Le parti dell’abitazione verranno inizialmente stampate presso l’università di Eindhven per poi essere spostate in ambito cantieristico. Lo stesso gruppo operativo aveva già concorso alla realizzazione del primo ponte ciclabile in calcestruzzo nel villaggio olandese di Germert, vicino ad Eindhoven.

Ogni pezzo strutturale delle abitazioni verrà creato in calcestruzzo e poi lavorato per eliminare le irregolarità della produzione. Successivamente i pezzi verranno trasportati in loco per essere montati, come si fa coi mattoncini nel gioco dei lego. A montaggio ultimato, l’edificio verrà rifinito totalmente rendendolo impeccabile.

La stampa 3D lavora per layers. La macchina legata alla stampa, seguendo il disegno imposto del pezzo da realizzare, lo ricreano sovrapponendo le strisce di calcestruzzo. E’ ovvio che le sbavature finali vengano poi eliminate rifinendo il singolo pezzo. Premettendo che la stampa 3D permette non solo di sfruttare la duttilità del calcestruzzo ad assumere forme diverse ma anche di ottenere elementi quasi perfetti per essere già montati.

Gli ingegneri Witteveen + Bosche, nell’ideazione dei cinque complessi abitativi, si sono ispirati a blocchi irregolari dalle forme sinuose, che ben si adattano ad un paesaggio verde. Le forme morbide e asimmetriche del complesso, che richiamano alla memoria alcuni dei progetti di Erich Mendelsohn, accoglieranno spazi accoglienti ed ergonomici che funzioneranno senza connessioni di gas naturali.

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Lark Rise : quando la casa diventa una fonte di energia

Lark Rise, progettata dall’architetto inglese Justin Bere, è una casa autosufficiente che riesce a produrre il doppio dell’energia che utilizza.  La casa indipendente, a nord-ovest delle colline di Chiltern nel Buckinghamshire, ha una superficie trattata di circa 175 m 2 e può ospitare comodamente 4 persone. 

Lark Rise consuma il 97% in meno di energia dalla rete rispetto a una casa media nel Regno Unito. Il suo consumo annuale di elettricità è molto basso. Ciò consente alla casa di produrre più del doppio dell’energia consumata. Lark Rise mostra come la “rivoluzione energetica intelligente” può consentire al Regno Unito di essere alimentato interamente da energia rinnovabile. Tutto l’anno.

Lark Rise supera il modello delle passive house in circolazione, andando oltre il progettare sostenibile consueto.

La casa si auto-rifornisce ed esporta nella rete nazionale. Questo è possibile grazie alla combinazione di:

  • Un sistema fotovoltaico da 12,4 kWp sul tetto
  • Una batteria da accumulo da 13kWh
  • Un veicolo elettrico

La combinazione di questi tre sistemi consente all’edificio di produrre tutta l’energia necessaria, anche per riscaldare la casa durante l’inverno. Tenendo comunque conto che, nelle stagioni più fredde, una passive house necessita di meno energia di una casa tradizionale per riscaldarsi.

La batteria accumula tutta l’energia in eccesso prodotta dal sole e che non andrà sprecata. In primis serve per alimentare il veicolo elettrico. Così si può capire quanta energia è necessaria per caricarlo e soprattutto quando. Poi serve anche per valutare il potenziale di un’auto elettrica come immagazzinatrice di energia, per se stessa e per la casa.

I sistemi meccanici ed elettrici di Lark Rise, progettati dall’ingegnere Alan Clarke, soddisfano la maggior parte dei fabbisogni energetici invernali. Una pompa di calore elettrica ad aria riscalda il pavimento, l’acqua sanitaria e la ventilazione per il riciclo del calore.

Il monitoraggio accurato dei sistemi di Lark Rise mostra come le prestazioni termiche hanno superato le previsioni, utilizzando metà dell’energia prevista.

Il concetto dell’accumulo continuo di energia rende Lark Rise completamente autonoma da qualsiasi situazione imprevedibile.

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Skylodge suites: un albergo sospeso sulla valle sacra di Cuzco in Perù

La Skylodge Suites è un albergo composto da capsule trasparenti sospese sulla valle sacra di Cuzco in Perù, l’antica capitale dell’impero Inca.

Le persone per raggiungere  la Skylodge Suites hanno due possibilità, entrambe ardite: arrampicarsi per 400 mt su Via Ferrata oppure usare le ziplines, cioè teleferiche o funivie che funzionano tramite carrucole o sistemi a puleggia che, controllando l’attrito, permettono di raggiungere anche alte velocità.

    Le Skylodge Suites, completamente trasparenti e sospese verticalmente, sono situate nella parte superiore della montagna con una vista sulla valle sacra a 300 gradi.

Le capsule sono state realizzate a mano in alluminio aerospaziale e in policarbonato resistente agli agenti atmosferici. I materiali non sono stati scelti a caso. L’alluminio aerospaziale, conosciuto col nome di alluminio 7075, è una lega leggerissima, molto resistente agli urti, agli sforzi, al peso e alla torsione. E’ la lega meno soggetta a termodilatazione e quindi idonea ad essere utilizzata per ambienti esterni soggetti a sbalzi di temperatura. Invece il policarbonato, materiale riciclabile al 100%, massimizza i benefici delle risorse naturali, quali l’illuminazione e l’irraggiamento solare. Garantisce un elevato comfort abitativo interno, un ottimo riciclo dell’aria ed assenza di effetto serra.

Ogni capsula, di dimensioni di 7,30 metri di lunghezza e 2,43 metri di larghezza e altezza, è dotata di quattro letti, una zona pranzo e un bagno privato. Sei finestre e quattro condotti di ventilazione garantiscono un’atmosfera piacevole. La sicurezza è garantita avendo il portale di ingresso situato nella parte superiore della capsula.

L’illuminazione interna, oltre ad essere assicurata dalla trasparenza delle pareti, che permettono l’ingresso totale della luce solare, è rafforzata da quattro lampade interne e una luce di lettura, tutte alimentate da pannelli solari che immagazzinano energia nelle batterie. Il bagno privato, separato dalla camera da un muro isolato e posto all’interno della cupola di 1,8 metri di diametro, contiene una toilette e un lavandino ecologico a secco. Questo tipo di composting toilet non deve essere collegato alla rete fognaria, né necessita di acqua o prodotti chimici. I rifiuti solidi umani vengono trattati attraverso processi di compostaggio e disidratazione che producono un prodotto finale organico, che può essere utilizzato anche in agricoltura. Ovviamente la cupola è dotata di tende interne per la privacy. Il comfort è portato ad alti livelli anche dalla scelta dei materiali di arredo: materassi di alta qualità, tendaggi e tessuti in cotone naturale al 100% e cuscini in piuma.

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Il Cultural Hug: un centro culturale di bambù e terra compressa in Senegal

L’architetto nippo-americano Toshiko Mori ha progettato, in collaborazione con le organizzazioni senza scopo di lucro “Fondazione Josef e Anni Albers” e “Amici Americani di Le Korsa”, il cultural hug, un centro culturale a basso impatto ambientale, nel villaggio remoto di Sinthian, in Senegal, usando solamente materiali e tecniche locali.

     

Il progetto

Il Cultural Hug, chiamato Thread cioè filo, ricopre sia il ruolo di spazio di incontro sia il ruolo di residenza per gli artisti di passaggio. I nuovi elementi vanno a completare un nucleo esistente composto da bassi edifici isolati contenenti una clinica, una scuola materna e una scuola agricola. Tutte le strutture sono interamente realizzate con materiali reperiti in loco come paglia intrecciata, bambù e mattoni di fango. Il centro è stato costruito in un anno da 35 lavoratori locali. Contiene anche una palestra per bambini, una biblioteca e una specie di ufficio per le ricariche telefoniche.

L’intervento principale del Cultural Hug risiede principalmente nella struttura e nella forma della copertura che va ad abbracciare e ad unire gli ambienti sottostanti. La forma ondulata del tetto spiovente è stata progettata appositamente per favorire la raccolta e il convogliamento dell’acqua piovana in un serbatoio.

Ciò consente di provvedere fino al 30/40 per cento del fabbisogno d’acqua annuale della comunità, agevolando anche ulteriori impieghi agricoli. La luce filtra in maniera naturale da due grandi aperture circolari poste nel tetto, al di sopra della corte centrale utilizzata come luogo di incontro. La copertura del tetto è stata creata usando un sistema intelaiato fatto di bambù di dimensioni varie, accostati e sovrapposti, mentre la struttura portante e le pareti dei nuovi ambienti, sotto la copertura, sono state realizzate con blocchi forati di terra compressa. Queste pareti, quindi, da una parte sorreggono il tetto, dall’altra delimitano piccoli monolocali e ambienti di passaggio speculari rispetto all’agorà centrale. Internamente, verso l’agorà stessa, si presentano come divisori pieni, mentre perimetralmente richiamano le pareti di Josef Albers, composte di mattoni posizionati in maniera alternata.

La composizione dei mattoni aiuta ad assorbire il calore mentre sia la sezione forata sia la posizione incentivano il passaggio dell’aria, con la conseguente ventilazione degli ambienti interni. I piani di calpestio sono stati ricoperti con piastrelle rotte riciclate che cambiano a seconda della destinazione d’uso degli ambienti del complesso.

 

Il Cultural Hug ha ottenuto tanti riconoscimenti: ha vinto un premio durante l’AIA National Honors e preso una nomina per il Premio Aga Khan per l’Architettura, è stato selezionato per la Biennale di Venezia nel 2014, ha vinto due riconoscimenti Architizer e, infine, è stato nominato come uno dei migliori edifici/progetti nel 2015 da molte riviste notevoli, tra cui Architectural Record, WIRED Magazine.

 

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Sun & Shade: la copertura di Carlo Ratti che si adatta ai cambiamenti climatici

L’ufficio internazionale del design e dell’Innovazione Carlo Ratti, in collaborazione con il Museo del futuro di Dubai e con la consulenza dell’azienda internazionale di ingegneria del clima Transsolar e dello studio del design digitale Amos, ha sviluppato la Sun & Shade, la prima copertura capace di adattarsi ai cambiamenti climatici, risolvendone le problematiche e migliorando il comfort.

Il prototipo funzionante è stato presentato il 14 febbraio 2017 durante il vertice del governo, tramite la mostra “Reimagining Climate Change” al Museo del futuro.

LA STRUTTURA

La Sun & Shade è composta da una piattaforma bucherellata e una serie di specchi circolari che girano intorno ad un doppio asse baricentrico, assecondando la posizione solare. Ruotando su se stessi, gli specchi consentono il totale controllo della penetrazione dei raggi solari, regolando i livelli di ombreggiatura e raffreddamento al di sotto della copertura. I raggi solari riflettenti, non raggiungendo il livello 0 sotto la tettoia, ma vengono assimilati da un ricevitore fotovoltaico capace di generare energia elettrica. Si tratta, quindi, di una nuova interpretazione di impianto di energia solare concentrata (CSP) che, grazie alla sua diretta gestione, può essere utilizzato in tutti i tipi di ambienti, purché ovviamente soleggiati.

Un utente dovrà controllare, quindi, gli input necessari per orientare i vari specchi, gestendo le variabili ambientali che interagiscono naturalmente con le persone. Lo scopo, oltre a quello di regolare la penetrazione dei raggi solari al di sotto di una copertura, è legato al riuscire a controllare digitalmente le ombre. Ciò significa che, mentre il sole continua a distanza a riscaldare, lo spazio sotto l’infrastruttura si raffredda. Contemporaneamente Sun & Shade stessa produce energia elettrica. A livello estetico, al di sotto della copertura, le persone, oltre al comfort, si godono anche delle meravigliose imagines lucis.

Questo tipo di struttura può consentire alle grandi città, come per esempio Dubai, di diventare abitabili tutto l’anno, producendo in contemporanea energia elettrica pulita.

Antonio Atripaldi, project manager di Carlo ratti Associati, ha ben espresso le funzionalità della Sun & Shade

“Il baldacchino è un’infrastruttura di metà potenza e metà architettura per lo spazio pubblico. Con la sua natura ibrida, ci permette di avere un maggiore controllo sul nostro ambiente. Nel prossimo futuro possiamo immaginare di estendere la copertura per coprire strade o piazze aperte in climi caldi e aridi come Dubai, permettendo alle persone di godere all’aria aperta tutto l’anno. Viceversa, in un luogo freddo potremmo concentrare i raggi sotto il baldacchino, per riscaldare l’ambiente “.

 

 

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Un quartiere contro gli alluvioni a Copenaghen

Copenaghen sta diventando una delle città più sostenibili al mondo. Tutto è partito nel 2012 con l’emanazione del Copenaghen Climate Plan, un programma ambizioso e originale di interventi promosso a seguito della UN Climate Change Conference del 2009. Il programma prevede la creazione di piani particolareggiati che definiscono tutta una serie di interventi urbanistici necessari alla città di Copenaghen per adattarsi ai continui cambiamenti climatici. Uno dei progetti più interessanti è quello che riguarda l’area urbana di San kjeld che, colpita nel 2011 da un forte alluvione, si appresterà a diventare il primo quartiere resiliente al mondo.

IL COPENHAGEN CLIMATE PLAN

Il programma di adattamento di Copenaghen prevede la riduzione del 20% delle emissioni di Co2 e il perseguimento di una città Carbon Neutral entro il 2025. Gli obiettivi generali del piano vanno però oltre la progettazione sostenibile e si basano su:

  • Sviluppo di sistemi di drenaggio delle acque in ogni parte della città.
  • Creazione di vaste zone verdi su aree impermeabilizzate. Lo scopo è realizzare micro parchi, tetti e pareti verdi per la laminazione delle acque piovane e ridurre il pericolo di inondazioni.
  • Realizzazione di sistemi alternativi di ventilazione dell’aria tramite ombreggiamento, miglior ventilazione e isolamento delle strutture.
  • Realizzazione di sistemi di protezione contro le inondazioni e l’innalzamento del mare.

IL QUARTIERE RESILIENTE DI SAN KJELD

San kjeld è l’antico quartiere operaio che si estende nei pressi del porto e che, il 2 luglio 2011 è stato inondato completamente da un forte alluvione. Il quartiere è di circa 100 Ha, 1/3 di tutta l’area metropolitana.

Lo studio di architettura Tredje Natur, incaricato della riqualificazione di San Kjeld, è partito dalla definizione di un complesso Masterplan in cui dà più spazio a soluzioni ambientaliste che architettoniche. Interventi del genere permettono, da una parte, di abbellire la città e di risolvere i problemi derivanti da catastrofi naturali attraverso il “verde”, dall’altra, di abbassare notevolmente il costo della progettazione adoperando soluzioni tecnologiche meno invasive e più economiche.

Il progetto prevede la creazione di ampie zone piantumate ad andamento collinare con dune verdi e piste ciclabili, la sostituzione dell’asfalto con pavimentazioni impermeabili e drenanti con micro parchi urbani e la sopraelevazione dei marciapiedi per il raccoglimento e il deflusso delle acque verso il porto. Nei luoghi di incontro, per ridurre le ondate di calore, sono previsti dispositivi rinfrescanti ad anelli di nebulizzazione.

Le pavimentazioni modulari impermeabili, Climate Tile, sono il fiore all’occhiello dell’intervento, la vera soluzione tecnologica del vasto progetto di riconversione di San Kjeld. Il piano di calpestio è caratterizzato da una superficie bucherellata che permette la permeabilità dell’acqua. Al di sotto si sviluppa un sistema di deflusso che convoglia l’acqua verso sistemi di irrigazione e condutture che finiscono nel porto.

Questa soluzione innovativa garantisce un piano di calpestio completamente traspirante, la riduzione dei tombini lungo il percorso, un sistema di canalizzazione che raccoglie le acque senza trattenerle e l’introduzione di sistemi di monitoraggio della quantità delle acque passanti. Il progetto in toto permette di far respirare le condutture interrate e incrementare la diversità biologica del quartiere, garantendo comunque sistemi di viabilità efficienti.

 

 

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Smartflower: un fiore di pannelli solari

Smartflower, Fiore Intelligente, è un inseguitore solare fatto da pannelli fotovoltaici che producono energia seguendo il movimento del sole.

Questo sistema innovativo, a forma di girasole, arriva a produrre il 40% in più di energia rispetto a un qualsiasi impianto tradizionale. La peculiarità risiede nella sua forma a fiore e nella corolla fotovoltaica: i pannelli, a forma di petalo, seguono la posizione del sole e ruotano per ottimizzare l’esposizione migliore e produrre più energia. Durante la rotazione, la corolla mantiene sempre l’inclinazione di 90° rispetto al sole. Quando SmartFlower non è in funzione, cioè in assenza di luce naturale, i petali si riavvolgono, chiudendo l’impianto. Come un girasole si chiude in mancanza di luce.

La continuità dei movimenti durante la giornata, basata su un algoritmo astronomico a due assi, fanno sì che SmartFlower sfrutti completamente tutta la luce proveniente dal sole per produrre ancor più energia. L’energia prodotta, all’anno, varia da circa 3400 a 6200 kWh, a seconda delle caratteristiche meteorologiche del luogo d’installazione. La caratteristica di potersi richiudere senza ausili esterni permette all’impianto di pulirsi e proteggersi da solo: i petali sovrapponendosi eliminano polvere, neve e sporco, da soli.

SmartFlower viene fissato a terra tramite delle viti, sia su un giardino che su una base in calcestruzzo ed è pronto per la produzione di energia subito dopo un’ora. Alle prime luci, il sistema fotovoltaico orienta, in funzione dei due assi, la posizione della corolla e apre i petali. Durante la giornata il sistema si aggiorna costantemente, continuando a muovere gli assi di orientamento e ruotando i petali. Dei sensori di sicurezza sono sempre attivi per captare i cambiamenti repentini del tempo e del vento. In presenza di un aumento del vento, il sistema modifica immediatamente l’orientamento della corolla, per poi tornare alla posizione di massima esposizione, quando le caratteristiche meteo ritornano normali. Al calar della luce SmartFlower si spegne e si chiude, occupando pochissimo spazio.

SmartFlower è un opera dalla struttura temporanea che può essere smontata e trasferita. Può risultare un opzione ai pannelli solari in tutti quei contesti in cui vi sono particolare vincoli ambientali.

 

 

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Un ponte sospeso a Città del Capo

A Città del Capo, in Africa, è possibile fare una lunga passeggiata sopra gli alberi, camminando su un ponte sospeso che sovrasta la parte alta dei giardini botanici di Kirstenbosch.

Il nome di questo ponte sospeso è Centenary Tree Canopy Walkaway, ma viene anche soprannominato dalla gente del posto, per la sua conformazione sinuosa, “Boomslang”, particolare specie di serpente velenoso. L’opera è nata dalla collaborazione tra il team dell’architetto Mark Thomas e il gruppo di consulenza ingegneristica di Henry Fagan. Per una lunghezza di 130 m è possibile ammirare, fino a 12 m di altezza, tutta la fauna e la flora che caratterizza il giardino botanico di Città del Capo, tra il Table Mountain e l’interland del capoluogo sudafricano.

L’accesso è subordinato al pagamento dell’ingresso al giardino botanico. Chi è sulla sedia a rotelle può percorrere la passerella interamente ma avrà bisogno di assistenza per raggiungerla perché lontana dal giardino e posizionata su un pendio.

LA STRUTTURA DEL BOOMSLANG

La struttura del ponte sospeso è di legno e di acciaio zincato e la sua forma richiama alla mente la struttura ossea di un serpente. Alte colonnine in cemento, immerse nel verde, sorreggono interamente la passerella aerea. Un corrimano in elementi lignei sagomati corona e accentua l’intera struttura tortuosa.

Tre sono gli elementi che danno vita all’anatomia del ponte sospeso: camminamento in doghe di pino, struttura tubolare in acciaio con nervature saldate e rete a maglia quadrata. La sensazione che il ponte assomigli ad un serpente, che si muove tra gli alberi, è garantita dalla rete che abbraccia il camminamento e la struttura tubolare: ogni suo componente è ben visibile anche se l’intero percorso si mimetizza pienamente nel contesto.

Lungo il camminamento si possono trovare delle semplici panchine in legno, sulle quali fermarsi a riposare, e alcuni punti panoramici in cui la struttura si allarga. L’ingresso al ponte sospeso è nascosto in mezzo agli alberi: il percorso parte a terra all’ombra, al di sotto delle chiome della fauna del giardino botanico. In seguito, la passerella, sempre serpeggiando in mezzo agli alberi, si alza e esce dall’ombra, affacciandosi sul parco e sulla città. Quindi il ponte sospeso sfrutta totalmente l’andamento del terreno in pendenza, toccandolo solo in un paio di punti, e preserva completamente la posizione degli arbusti: alcuni tronchi si innestano nella struttura del percorso nei punti dove non è stato possibile deviarla.

Foto di Adam Harower

 

 

 

 

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Emirati Arabi: l’orma ecologica pro-capite migliore al mondo

Il Global Footprint Report ha designato gli Emirati Arabi come il paese con l’orma ecologica pro-capite migliore al mondo: l’iniziativa “Al Basma Al Beeiyah” è un’associazione tra il Ministero dell’ambiente e dell’acqua, l’Agenzia delle acque di Abu Dhabi, l’Autorità degli Emirati per la normalizzazione e la metrologia, la Società di tutela della fauna selvatica degli Emirati e del mondo e la rete Global Footprint con lo scopo di garantire un futuro più sostenibile, analizzando e misurando l’impatto del modo di vivere sulla Terra. Il programma parte dal presupposto che si sprecano troppe quantità di acqua, energia e merci e che se tutti dovessero vivere e “sprecare” nello stesso modo, sarebbero necessari 4,5 pianeti a sostenere l’uomo. L’orma ecologica è, quindi, quell’entità che stabilisce i parametri del rapporto tra consumo umano e risorse terrestri: definisce le esigenze di un popolo in funzione delle risorse del suo territorio e gli strumenti necessari per fare in modo che tali risorse si rinnovino di continuo.

PERCHE’ GLI EMIRATI ARABI?

Gli UAE (United Arab Emirates) hanno conosciuto uno sviluppo sorprendente che, da una parte, ha aumentato la qualità della vita ma, dall’atra, ha provocato un consumo eccessivo di risorse naturali e energetiche. La sua ricchezza di idrocarburi gli ha anche permesso di consumare risorse all’esterno dei suoi confini, aumentando i danni sull’ambiente e sull’ecosistema. Ad oggi si è reso necessario un intervento serio per ridurre drasticamente le conseguenze di tale sviluppo economico.

L’iniziativa, inizialmente, promuove la consapevolezza e l’utilità di un consumo sostenibile fornendo a tutti materiali didattici e video, sviluppati dall’AED (Emirati Dirham) e dal WWF, su uno stile di vita più sostenibile. Tale sensibilizzazione denominata “Gli Eroi della UAE” deve partire principalmente dal nucleo familiare che, seguendo le informazioni della campagna, deve modificare le proprie attitudini. Le conseguenze sul territorio e sull’economia dei comportamenti dell’uomo post campagna vengono analizzati costantemente per monitorare l’andamento dei risultati.

Parallelamente all’analisi del comportamento umano, i ricercatori della EWS-WWF (Emirates Wildlife Society) e l’istituto Masdar, con un lavoro tecnico e di sostegno con la Global Footprint delineano degli scenari non solo per aumentare l’uso di energie rinnovabili e di attrezzature più efficienti ma anche per rafforzare la normativa vigente per diminuire il potere carburante e stabilizzare l’inquinamento delle acque, arrivato a livelli stratosferici per un cattivo controllo delle risorse del territorio.

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GLI SCENARI PER ABU DHABI

Per Abu Dhabi sono stati creati tre possibili scenari diversi. Se il primo programma, il più completo, venisse totalmente realizzato, tra una decina di anni, le emissioni di CO2 si ridurrebbero fino al 40% e l’orma pro capite globale degli Emirati diminuirebbe di un ettaro a persona.

Il I° scenario prevede l’aumento dei sistemi di raffreddamento delle costruzioni, l’introduzione di attrezzature energetiche di qualità superiore e un maggior controllo della qualità dell’acqua indoor e outdoor. Sono previste anche l’introduzione del veicolo elettrico fino ad un 50%, la creazione di 4 centrali nucleari di capacità da 1,45 GW fino al 2021, l’aumento dell’energia rinnovabile del 15%, osmosi inversa con installazione di 13 impianti di desalinizzazione da 60 MG, riutilizzazione al 100% di TSE e il bloccaggio e sequestro del 10% di carbonio da ora fino al 2030.

Il II° scenario, con fini minori, prevede solo l’aumento delle tariffe di acqua e elettricità del 200% da ora fino al 2030, la creazione delle 4 centrali nucleari, l’aumento dell’energia e il bloccaggio e sequestro del carbonio.

Il III° scenario è quello che garantisce il cambiamento minimo: creazione di 4 centrali nucleari di capacità da 1,45 GW da ora fino al 2021, aumento dell’energia rinnovabile del 15% da ora al 2020, bloccaggio e sequestro del carbonio di 10% da ora al 2030.

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I PUNTI SALIENTI DEL PROGRAMMA

Il programma ministeriale, quindi, vuole fornire dati statistici, di qualità e sempre aggiornati, per definire una politica univoca mirata ad aiutare l’uomo nel suo processo decisionale e nella valutazione delle conseguenze delle sue azioni. Il programma può diventare un modello di modus operandi che ben si presta al suo utilizzo in altri paesi del mondo.

I punti salienti di questo programma modello sono:

  • Analisi delle risorse
  • Ricerca continua
  • Miglioramenti metodologici
  • Definizione delle competenze e capacità
  • Politica mirata e diretta informazione
  • Sensibilizzazione tra settori

Uno risultati più recenti della collaborazione della Global Footprint con gli Emirati Arabi è l’approvazione di una nuova normativa sull’illuminazione, fortemente voluta dal primo Ministro degli UEA, Sheikh Al Maktoum, volta a ridurre i consumi energetici del paese all’anno da 340 a 500 Megawatt, l’equivalente dell’energia spesa da una centrale elettrica in sei mesi, soprattutto nel settore alberghiero che rappresenta il 57% dell’orma ecologica del paese. La normativa fissa gli standards indoor dei consumi elettrici sollecitando l’utilizzo di lampadine, sistemi illuminanti di alta qualità e di apparecchi salva vita evidenziandone le prestazioni tecniche, i riscontri economici e le conseguenze del loro utilizzo sull’ambiente. Il governo, oltre ad informare, si impegna a controllare la qualità dei prodotti illuminanti che vengono importati, garantendo l’ingresso nel paese di strumenti no low quality.

 

 

 

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Le abitazioni della città sotterranea di Coober Pedy

Coober Pedy, o capitale dell’opale, è una città sotterranea di circa 3000 abitanti che si trova nell’Australia meridionale, lungo la Stuart Highway. A causa dell’ampio deserto che caratterizzava quest’area geografica, le popolazioni autoctone erano prevalentemente cacciatori e nomadi in cerca di cibo o di rifornimenti idrici.

STORIA DI KUPA PITI

Nel 1915, tre cacciatori d’oro, J. Hutchin, suo figlio adolescente William e M. Mckenzie, si accamparono a sud di Coober Pedy e, durante una ricerca di acqua, scoprirono dei pezzi di opale. Fu questa risorsa mineraria che fece acquisire al luogo il nome di Stuart Range Opal, successivamente modificato in Coober Pedy, modernizzazione delle parole aborigene di “Kupa Piti”, uomo bianco in un buco.

La città ha iniziato a prendere vita a seguito del completamento della ferrovia che ha permesso a muratori e soldati di installarsi in questo posto dalle condizioni di vita durissime, creando dei ripari al di sotto del suolo che prevedevano anche dei serbatoi d’acqua per il sostentamento. Ciò era indispensabile perché Coober Pedy era sprovvista di risorse idriche e l’acqua veniva portata da molto lontano.

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Negli anni ’60 l’attività mineraria, dopo la forte crisi del 1940, riprese con vigore e costanza e ciò portò alla migrazione di europei e americani che si trapiantarono nell’area permettendo alla città di nascere: divenne un moderno centro di estrazione dell’opale, con annessa fitta rete di conduttura idrica sotterranea, funzionante per osmosi inversa.

LE CASE SOTTERRANEE

All’inizio i ripari erano effettivamente i piccoli fori scavati all’interno del suolo di arenaria, durante le attività minerarie. Col passare del tempo, la continua escavazione del terreno ha portato queste gallerie ad aumentare le proprie dimensioni, diventando enormi. In altri casi gli operai, che lavoravano in quell’area, hanno volutamente allargato alcuni dei rifugi sotterranei nei quali dormivano, facendoli diventare delle proprie e vere abitazioni, con tutti i comfort possibili. All’epoca l’unica pecca era data dal fatto che l’escavazione veniva effettuata manualmente, per cui i lavori non risultavano perfettamente a regola d’arte. Con l’introduzione delle macchine da traforo, le abitazioni hanno assunto le connotazioni di case magiche e affascinanti.

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Non hanno assolutamente l’aspetto di case cavernicole e primitive, scavate nella collina: l’ingresso in genere avviene a livello strada e la casa si estende, generalmente, in orizzontale al di sotto della collina che la accoglie; in alcuni casi ampliamenti parziali avvengono anche sotto il livello strada oppure all’esterno, circondati da giardini, pieni di piante grasse e contenitori di acqua. La struttura portante è data non solo dalla conformazione della collina di arenaria rossiccia ma anche da una struttura lignea fatta di assi, alcuni dei quali vengono posizionati in verticale a creare dei canali necessari alla ventilazione oppure al passaggio di luce naturale nelle stanze che non si affacciano sul fronte strada. La suddivisione degli ambienti interni viene creata scavando direttamente nella roccia o creando dei tramezzi colorati o di materiale diverso dalla roccia, come laterizio e pietra. Questi ultimi vengono utilizzati anche al di sopra di archi e architravi, per garantirne la stabilità strutturale.

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I muri di arenaria, in genere, non vengono né rasati né colorati: i muri si presentano allo stato brado facendo preservare all’abitazione la conformazione di “buco” nella roccia.

La luce è prevalentemente quella naturale che viene fatta entrare all’interno degli ambienti grazie a delle cavità nella collina stessa, specie nelle cucine e nei soggiorni. L’ingresso, nella maggior parte dei casi avviene nella zona giorno costituita da soggiorno e angolo cottura. Un piccolo disimpegno divide la zona giorno dalla zona notte e dal bagno, entrambi posti a nord, ben protetti, silenziosi e, in genere, privi di aperture.

A prescindere dalla temperatura esterna, l’arenaria protegge e isola le abitazioni regolando la quantità di umidità e rendendo lo spazio interno confortevole e soprattutto insonorizzato.

 

 

 

 

 

 

 

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