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La street art del riciclo di Artur Bordalo

Artur Bordalo II° è un giovane artista portoghese, nato a Lisbona nel 1987 e nipote del pittore Real Bordalo. La sua arte, adesso in mostra a Torino, si afferma come una vera e propria campagna a favore della sostenibilità come consapevolezza ecologica e sociale. Raccoglie materiali e oggetti in fin di vita per creare delle opere di strada a forma di animale e molto tenere.

Artur Bordalo a Lisbona

Camminando per le strade di Lisbona, può capitare di imbattersi in bassorilievi e installazioni colorate raffiguranti animali fatti di spazzatura, scarti di macchine e da qualsiasi cosa può essere trovata nei cassonetti o dallo sfascino. La maggior parte di queste installazioni raffigura un animale dagli occhioni teneri che ci fissa, mentre noi lo fissiamo. Vuole che ci fermiamo a guardarlo intensamente sorridendo. Con la meraviglia che avrebbe un bambino nella stessa situazione. Cioè con la stessa sensibilità.

  

 Artur raccoglie e assembla, quindi, scarti di ogni tipo che può trovare tra i rifiuti o nelle discariche: vetture, pezzi di legno, ruote, biciclette, reti. Parte destrutturando il soggetto che vuole creare per capire come poterlo costruire per pezzi. Successivamente li unisce. Praticamente utilizza lo stesso procedimento che si usa per fare i renders: si parte dal cercare di capire quali sono i pezzi base per creare un oggetto e poi si mettono insieme. Alla fine Artur arricchisce il tutto dedicandosi ai dettagli. Il risultato del lavoro è un simpatico murales tridimensionale o una dolce installazione fatta di cianfrusaglie, ben distinguibili singolarmente, e pitturate con le bombolette spray. La natura dei materiali che utilizza è volutamente resa visibile e il messaggio è chiaro, anche se può sembrare un ossimoro: il rifiuto non è scarto.

 

“One man’s trash is another man’s treasure”

“Il rifiuto di un uomo è il tesoro di un altro uomo”

Tutto ciò che questo artista crea rimanda alla consapevolezza del rifiuto, come scarto di una società materialista che non pensa più a proteggere il luogo in cui vive. Quindi, alla base c’è la volontà sia di riciclare il rifiuto per salvaguardare l’ambiente, sia di sensibilizzare l’uomo verso il nuovo ruolo che il rifiuto stesso può svolgere. Ma forse c’è altro. L’espressione dei suoi animali fa capire che c’è qualcosa di più profondo. I suoi animali sono simpatici, colorati, ecologici, ma hanno tutti un’espressione nostalgica. Quasi malinconica. Da una parte sembrano dire “Guarda quanto siamo teneri anche se proveniamo dal cassonetto!”. Dall’altra sembrano dire “Salvaci!”

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Il festival del ghiaccio della città di Harbin

Harbin è una città della Cina nord orientale, capoluogo della provincia dello Heilongijang, in Manciuria e ospita il festival del ghiaccio. Sorge in un territorio prevalentemente pianeggiante, sulle rive del fiume Songhua a circa 150 metri sul livello del mare. Il clima, decisamente monotono fatto di inverni lunghi e rigidi ed estati brevi e miti, ha permesso che la città ospitasse il Festival internazionale del ghiaccio, tra gennaio e febbraio. Harbin, perciò, è anche soprannominata la città del ghiaccio.

Il FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL GHIACCIO

La prima edizione del festival risale al 1963 e ha avuto solo un’interruzione di 10 anni durante la rivoluzione culturale, sotto la dittatura di Mao Tse Tung.

Il festival del ghiaccio, della durata di un mese e mezzo circa, ospita ogni anno circa 8000 artisti e scultori provenienti da tutto il mondo che, armati di scalpelli e seghe a battente, incidono giganteschi cubi di neve compatta, estratti dal vicino fiume Songhua. Il risultato della loro attività è la realizzazione di una città intera, fatta di ghiaccio e trasparenze di acqua deionizzata, a metà strada tra Las Vegas, Disney World e gli Universal Studios.

Il festival del ghiaccio si articola in due aree espositive:

– Sun Island (Isola del sole): area ricreativa con enormi sculture di neve, a nord del fiume Songhua e a ridosso dell’omonimo parco. All’interno dell’isola è presente anche lo zoo delle tigri siberiane.

      

– Ice Snow World (Mondo della neve e del ghiaccio): area piena di edifici di ghiaccio e giochi, da visitare soprattutto di notte. Per gli amanti dello sport è possibile pattinare, sciare, arrampicarsi e giocare a golf. I più pigri potranno ammirare i tanti spettacoli che avvengono ad ogni angolo dell’esposizione.

    

La maggior parte delle creazioni ha peculiarità intrinseche nella tradizione cinese, ma non mancano elementi dai connotati “stranieri”.

La città di ghiaccio può essere vissuta a 360°, dentro e fuori gli edifici. Gli ambienti interni sono riscaldati e la temperatura si aggira intorno allo 0, a differenza dell’esterno dove si può arrivare anche a – 20°/- 30°. Si possono ammirare sculture gigantesche, entrare dentro un castello incantato, attraversare un ponte, buttarsi giù da uno scivolo e bere un caffè nei tanti bar che costellano i due parchi. Ma la magia di quel luogo incantato avviene dopo le 16:30, quando cala la luce e prende vita uno spettacolo fatto di luci colorate e fuochi d’artificio: la città di ghiaccio si illumina grazie ad una moltitudine di lanterne di ghiaccio led e laser che colorano gli edifici.

Le lanterne di ghiaccio per illuminare nascono proprio qui quando, in passato, i contadini locali le utilizzavano per illuminare l’esterno delle proprie abitazioni. Veniva versata dell’acqua in un secchio e fatta congelare per una notte intera. Il risultato era un cilindro ghiacciato ad eccezione della parte centrale. Successivamente dopo aver scaldato il secchio per facilitare l’uscita del ghiaccio, il blocco veniva forato nel punto centrale e l’acqua veniva fatta fuoriuscire per incastrare una candela. Il ghiaccio proteggeva la fiamma facendola rimanere accesa, anche in presenza di vento. Ovviamente la moderna tecnologia ha sostituito la classica candela con led e laser.

Purtroppo anno dopo anno le temperature tendono ad essere sempre più alte. Così, purtroppo, I turisti hanno difficoltà a camminare sulle stradine ghiacciate e gli edifici si sciolgono prima. Il periodo più bello per visitare la città di ghiaccio è gennaio, all’inizio del festival: le strade sono ghiacciate e le costruzioni appena realizzate. Ma per chi non è abituato al freddo siberiano, probabilmente, è consigliabile arrivare ad Harbin, a febbraio, quando le temperature si alzano. Le sculture, a conclusione del festival del ghiaccio, iniziano a sciogliersi, ma il visitatore può godersi completamente quella loro caratteristica malinconica e crepuscolare.

 

 

 

 

 

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I Green Drop Award: i vincitori del premio per il film più sostenibile dell’anno

La Green Cross Italia, ideatrice del Green Drop Award, è un’organizzazione non governativa che incoraggia, tramite la “Carta della Terra”, lo sviluppo sostenibile e il rapporto responsabile tra Uomo e Natura, attraverso il cambiamento degli stili di vita e dei valori umani, la diminuzione dell’uso eccessivo delle risorse naturali e l’aiuto alle popolazioni colpite da disastri ambientali e dalle guerre. 

Nel 2012, la Green Cross Italia ha creato all’interno della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il premio “Green Drop Award” (Premio Goccia verde) da consegnare al film dell’anno ritenuto il “più sostenibile” tra i candidati. Il film “più sostenibile” è considerato quello che, oltre ad una trama incentrata sul rapporto uomo-ambiente, promuove i valori dell’ecologia, la conservazione della terra, la protezione tra popoli e la salvaguardia dell’ecosistema.

Il premio “Green Drop Award”, consegnato al vincitore, è un trofeo di vetro di Murano a forma di goccia verde contenente un po’ di terra proveniente da un qualsiasi paese del mondo: ogni anno la terra racchiusa nel contenitore-trofeo viene prelevata da un paese diverso. Un premio simbolico ed esplicito che racchiude in sé i due elementi primari necessari per il mondo: l’acqua e la terra.

La giuria, incaricata di valutare i film in gara tra quelli che nell’ultimo anno hanno trattato temi legati alla sostenibilità, è composta da esponenti dello spettacolo, del volontariato, dell’istituzione, della cultura e della scienza, che si sono contraddistinti per il loro impegno ecologista e sociale.

I vincitori delle passate edizioni del Green Drop Award

I vincitori dell’edizione 2016 del Green Drop Award

Film Vincitori (ex aequo): Spira Mirabilis, Voyage of Time.

Provenienza della terra del Green Drop Award: Assisi.

  • Spira Mirabilis, di Massimo d’Anolfi e Martina Parenti.

Il nome del film deriva dalla spirale logaritmica equiangolare oppure di crescita che è una curva particolare che si avvolge su se stessa, generata da un raggio che cresce ruotando. È detta anche “spirale meravigliosa” ed è una forma perfetta che si ritrova spesso in natura. Spira Mirabilis è un documentario che narra 5 storie diverse legate ai 5 elementi naturali: l’acqua, la terra, l’aria, il fuoco e l’etere. Una piccola comunità lakota cerca di guadagnarsi la libertà combattendo una società che li vuole annientare. Lo scienziato cantante giapponese Shin Kubota, a Tokyo, studia la piccola medusa Turritopsis, creatura immortale capace di rigenerarsi e di cambiare la sua conformazione infinite volte. Una coppia svizzera, appassionata di musica, crea con pazienza strumenti-scultura musicali. Un gruppo di restauratori cerca di rigenerare di continuo le statue del duomo di Milano. Un’attrice, in un teatro vuoto, recita passi legati al concetto dell’Immortale. La curva a spirale esplicita la tensione e la contrattura del fare umano, alla ricerca costante della perfezione e dell’infinito. Il film si presenta come un viaggio intorno al mondo alla ricerca continua delle parti migliori dell’uomo: è un inno all’immortalità e alla voglia di migliorare se stessi. È un film silenzioso: nessuna voce, nessun dialogo. Chi guarda deve farsi rapire dalle riprese statiche delle scene, dai colori dei luoghi, dai suoni delle musiche e interpretare come vuole ciò che vede, senza che toni e parole distraggano. Lo spettatore è solo con la sua introspezione.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=j7O-opMwVAU

  • Voyage of Time, di Terrence Malick.

Questo documentario narra la storia della terra a partire dal Bing Bang, attraverso immagini spettacolari, colorate e molto realistiche. Il film non è solo un riassunto scientifico sulla nascita del mondo, ma un qualcosa che stupisce lo spettatore, come se stesse guardando un fenomeno dal vivo, per la prima volta: bocca aperta con quella sensazione in pancia propria di chi si sta innamorando. Malick cerca, in un’ora e mezzo, di dare un senso alla bellezza e alla perfezione della natura, in contrasto con la piccola dimensione turbata dell’uomo. La concentrazione che si ha durante la visione è resa ancor più forte da due voci narranti forti e suggestive: Cate Blanchett e Brad Pitt. La prima è la voce di sottofondo di Voyage of Time: Life’s journey, versione completa del documentario di 90 minuti, mentre Pitt narra Voyage of Time: the IMAX experience, versione ridotta della durata di 40 minuti.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=uTmZYcCjj9Q

Il vincitore dell’edizione 2015 del Green Drop Award

Film vincitore: Beixi Moshuo – Behemont, di Zhao Liang.

Provenienza della terra del Green Drop Award: Senegal.

Liang, tramite la sofferenza e la miseria di un popolo della Mongolia costretto a lavorare, giorno e notte, in miniere pericolose, sviscera l’evoluzione della società odierna che pone il valore delle cose al di sopra del valore umano. Il film vincitore del Green Drop Award come pellicola più sostenibile del 2015 narra la storia di un gruppo di minatori che lavora incessantemente rischiando la vita tutti i giorni, quando per la pericolosità del mestiere, quando per le malattie che possono contrarre. Quello che appare bello, come la terra e i suoi cambiamenti oppure come la civiltà e la sua evoluzione, è ciò che conduce tutti in un vortice spietato in cui non esistono sentimenti ma solo esigenze, in cui l’amore si sostituisce al controllo e in cui, alla fine, tutti avranno il solito destino. Liang racchiude tutti i mali del mondo nella figura di Behemont che, nel libro di Giobbe, è la creatura invincibile che, per placare la propria ira e il proprio desiderio di onnipotenza, divora le montagne. Behemont è quell’energia maligna che ha portato l’uomo a costruire le industrie, ad abusare delle risorse in suo possesso e a sfruttare il suo simile per accumulare ricchezza, provocare dolore e deturpare la natura. Il film fa sobbalzare lo spettatore prima per i forti suoni, poi per le immagini piene di disperazione e angoscia: prima arriva il bombardamento nelle miniere, poi arriva il volto sporco e senza speranza del lavoratore. Tra un dolore e un silenzio, qualche scena di richiamo alla cultura della Mongolia che cerca di sopravvivere.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=5ETRMWX9op4

Il vincitore dell’edizione 2014 del Green Drop Award

Film vincitore: The Postman’s white nights (Le notti bianche del postino), di Andrei Konchalovsky.

Provenienza della terra del Green Drop Award: Antartide.

Il film è il reality freddo di una minuscola popolazione di un paesino del nord della Russia, nella regione di Arcangelo. Il paese, immerso in una magnifica distesa verde, si trova sulle sponde del lago di Kenozero, unico collegamento con la prima città urbanizzata. Le poche costruzioni sono fabbricati rurali e in legno, costruite direttamente dai paesani. Le persone che vivono in quel luogo sono tristi e isolate: il diretto contatto con una natura incontaminata e meravigliosa non li rende più felici. L’unico contatto esterno che hanno è il postino Lyokha, lo “straniero” che tutti i giorni attraversa il lago per portare loro la posta o ciò di cui hanno bisogno. Lyokha diventa così il loro occhio sul mondo, assurgendo il ruolo di padre, confidente, medico e psicologo per gli abitanti. Ma il suo equilibrio mentale, malgrado l’apparente serialità e tranquillità delle sue giornate, inizia a vacillare fino ad avere allucinazioni durante la notte. Il lungometraggio spontaneo è stato girato con una piccola videocamera e solo con la luce naturale. I protagonisti provengono più o meno dal luogo delle riprese e di mestiere non fanno gli attori. Un diretto messaggio a tutti i futuri registi: i film possono essere fatti a costo 0.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=m1w0d1pmJS4

Il vincitore dell’edizione 2013 del Green Drop Award

Film vincitore: Ana Arabia, di Almos Gitai.

Provenienza della terra del Green Drop Award: Egitto.

Il film è una registrazione in tempo reale dell’esperienza della giovane giornalista Yael che si reca a Tel Aviv, Israele, per conoscere la storia di Hanna, una donna ebraica, morta da poco, che è scappata da Auschwitz e ha sposato un uomo arabo. Yael si ritrova a girare per il quartiere compreso tra i distretti di Giaffa e Bat Yam, sulle rive del mar Mediterraneo, intervistando la famiglia e gli amici della povera Hanna. Il regista, prendendo spunto da una storia letta su un giornale, cerca di descrivere quel momento storico in cui i rapporti tra ebrei e arabi erano pacifici. Le interviste dei singoli personaggi portano alla luce le divergenze culturali dei due popoli che però, in passato, hanno sempre convissuto tranquillamente. La narrazione è spontanea e naturale, fatta di momenti di pieno dialogo tra i personaggi e tempi silenziosi ma ricchi di informazioni culturali: Yael passeggia per il quartiere e prende coscienza di tutto ciò che ha intorno, dai cambiamenti di paesaggio, agli usi delle persone che incontra, alle loro emozioni.

Trailer del film: https://www.youtube.com/watch?v=VjVoiBtb0aU

Il vincitore dell’edizione 2012 del Green Drop Award

Film vincitore: La cinquième saison (la quinta stagione), di Jessica woodworth e.

Provenienza della terra del Green Drop Award: Brasile.

Il film drammatico narra le vicende di un villaggio belga nella regione delle Ardenne, che vive prevalentemente di pastorizia e agricoltura. L’evento dell’anno è il passaggio dall’inverno alla primavera, che consente ai paesani di riprendere le proprie attività per la produzione degli alimenti necessari alla loro sopravvivenza. Ogni anno sono soliti fare festa e accendere un falò tutti insieme per salutare lo “zio inverno”. Ma arriva il momento in cui, durante l’ultimo rito, il fuoco non si accende: la popolazione prende coscienza del fatto che la primavera non arriverà come gli anni passati e ciò minerà l’equilibrio psichico degli abitanti del villaggio. Nessuno riuscirà a riprendere la propria vita normalmente, gli animali non produrranno più il latte e le terre non saranno più fertili. La colpa ricadrà sull’ultimo arrivato in paese, un apicoltore con il figlio disabile, che verrà etichettato come lo “iettatore” di turno. In questo contesto catastrofico si ineriscono anche le vicende di alcuni bambini del villaggio che, malgrado la situazione, sembrano gli unici a riuscire a conservare i propri valori umani.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=rJGHJ9fhERM

 

 

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Il Festival Burning Man: La magia del fuoco e le installazioni riciclate

La piromanzia è un’antica arte divinatoria che si basa sull’interpretazione del comportamento del fuoco e sull’osservazione dei colori che la fiamma assume durante la combustione. Nel deserto del Nevada da oltre 20 anni si tiene un festival dove si celebra la magia del fuoco dando letteralmente alle fiamme installazioni riciclate realizzate appositamente per il Burning Man.

Bruciare oggetti è sempre stato visto come un allontanamento da un periodo particolarmente difficoltoso e un invito al periodo successivo ricco di prosperità. Il “focolare” acceso bruciava tutto ciò che era ritenuto inutile, allontanava la negatività e, allo stesso tempo, era capace di unire le persone intorno a sé: il fuoco diventa simbolo di protezione della famiglia e il camino diviene il suo luogo sacro. Il fuoco risultava anche il passaggio inevitabile dalla vita alla morte, unico modo di unire per un tempo limitato i due mondi, mettendo in comunicazione le persone con i loro defunti.

IL BURNING MAN

Da Ticinotoday

Il Burning Man è un festival nato nel 1991 che si svolge a Black Rock City, a nord di Reno, nel bel mezzo del deserto del Nevada e dura poco più di una settimana, tra fine agosto e gli inizi settembre. Gli organizzatori dell’evento e gli stessi fondatori non lo considerano un evento mondano ma un esperimento artistico, sociale e radicale fine a se stesso, in cui tutti sono coinvolti. Le persone si riuniscono a Black Rock portandosi tutta l’attrezzatura necessaria alla propria sopravvivenza, quale tende da campeggio, generatori elettrici, cibo, acqua e i vestiti adatti al clima del luogo, che prevede giornate caldissime, notti freddissime e tempeste di sabbia. Ogni partecipante è libero di organizzare installazioni artistiche di ogni tipo, spettacoli musicali o teatrali, workshop e giochi: ogni esibizione al quale si assiste è fatta da personaggi non famosi e niente viene pubblicizzato. Le uniche forme di scambio possibili sono il baratto e il dono: il denaro serve solamente all’acquisto del biglietto d’ingresso e a comprare ghiaccio e caffè, uniche cose in vendita. L’uso di macchine fotografiche a scopi commerciali è limitato e il cellulare non prende perché non c’è campo, per cui le persone sono necessariamente “costrette” ad interagire solo tra di loro e con le forme di arte sparse per il luogo. Indispensabile: arrivare in macchina oppure portarsi dietro una bicicletta, uno skateboard o un qualsiasi altro mezzo che possa agevolare gli spostamenti per la playa!

LA NASCITA DEL FESTIVAL DEL BURNING MAN

Uno dei fondatori era solito da giovane organizzare un falò con gli amici per il solstizio d’estate: da qui nasce il nome dell’evento e l’usanza di bruciare un uomo di legno a conclusione del festival. Come succedeva durante gli antichi carnevali o durante particolari riti esoterici di allontanamento della sfortuna. In generale, tutta l’area adibita al festival è cosparsa di falò attorno ai quali riunirsi. L’ultimo giorno del Burning Man è dedicato a far scomparire e a bruciare tutte le installazioni e a pulire la playa: i materiali per le opere artistiche devono essere riciclati, le installazioni sostenibili e facilmente smontabili e smaltibili. Una delle regole fondamentali del festival è relativa all’organizzazione preventiva dei rifiuti e alle modalità del loro smaltimento. Ogni partecipante deve stare ben attento agli oggetti che si porta dietro e ai materiali di cui sono fatti, sapendo che l’organizzazione e lo smaltimento dei rifiuti è a suo carico e soprattutto sapendo che la zona è ricca di focolari. Vicino al Black Rock, non lontano dalla zona camping, è presente solo il raccoglitore di materiali di latta.

Dopo il Burning Man, a Black Rock, tutto torna come prima. Come se nessuno fosse passato di lì, fermandosi per quasi 10 giorni, tra musica, danza e arte.

         Da Cnn

        Da Dezeen

        Di Nick Bilton

DAVID BEST: LO SCULTORE DEL RICICLO E I SUOI TEMPLI

David Best è uno scultore idealista americano conosciuto in tutto il mondo per le sue sculture fatte di materiali riciclabili. I suoi lavori, in realtà, sono “edifici scultorei”, cioè delle installazioni che interagiscono direttamente con le persone mettendole nella condizione di “vivere l’oggetto e provare emozioni”, non come comuni osservatori.

Le sue prime opere sono state realizzate assemblando pezzi di vecchi veicoli e cianfrusaglie varie trovati nelle discariche e nei cassonetti dei rifiuti.

A settembre, per il London’s Burning Festival, in ricordo dell’incendio del 1666 durato 4 giorni, David è stato incaricato di costruire un memoriale che ricordasse il tragico evento, che ha portato alla distruzione di milioni di abitazioni. Lo scultore ha realizzato un’installazione di legno in larga scala dello skyline della città di Londra all’epoca dell’incendio, poi posizionata su una piattaforma nel Tamigi e fatta bruciare.

Nel 2000 ha avviato con gli organizzatori del Burning Man una collaborazione, finanziata dagli stessi, per la realizzazione di templi commemorativi fatti di materiali sostenibili. La collaborazione, salvo una breve interruzione, è stata continuativa e David è diventato simbolo dell’arte al Burning Man.

Il suo primo santuario è stato il “Temple of the Mind” (Tempio della mente) con struttura di listelli di legno riciclato rivestita di pannelli di cartone perforato. Il santuario è diventato il commemorale di un componente della crew del festival, morto durante il viaggio in moto per arrivare a Black Rock. Il tragico evento ha contribuito a far assumere all’installazione il ruolo di luogo di preghiera e di ritrovo: chiunque approdasse al Tempio della mente vi lasciava oggetti personali in ricordo di cari perduti. A conclusione del festival, il santuario è stato fatto bruciare, come vuole la tradizione del Burning Man. L’installazione, come quelle successive, è stata concepita da David con l’aiuto di geologi che tenevano monitorato il suolo della playa del festival, assicurandosi che l’incendio dell’ultimo giorno non creasse danni al suolo arido e secco.

L’anno successivo, è stato eretto il “Temple of Tears” (Tempio delle lacrime), uno ziggurat di 3 piani a gradoni, fatto di listelli e pannelli traforati di legno. A differenza del primo tempio, questo è stato, fin da subito, volutamente dedicato ai defunti. All’ingresso, ai visitatori veniva lasciato un pannellino di legno sul quale potevano scrivere il nome della persona persa oppure qualsiasi nome che provocasse loro dolore: il blocchetto veniva lasciato all’interno della struttura o incastrato in essa, prima dell’uscita dal mausoleo.

Nel 2002, è stato il turno del “Temple of the joy” (Tempio della gioia), un enorme mausoleo a 2 piani con struttura in legno e materiali riciclati, rivestita di pannelli finemente intagliati. Al suo interno, oltre alle scale per accedere al piano superiore e alle tante coperture, che sovrastavano l’ambiente principale, si potevano trovare altari, specchi e vetri colorati appesi. Il tempio è stato creato assemblando blocchetti intagliati da volontari provenienti da tutto il mondo, su disegni commissionati dallo stesso Best. Le persone si riunivano in quel luogo incantato per pensare a tutto ciò che di bello avevano ricevuto durante la loro vita e per scrivere i propri pensieri sugli elementi in legno che componevano l’installazione. I giochi di luce, creati dal sole che entrava nel mausoleo dai trafori dei pannelli, aumentava il senso di misticità di quello spazio spettacolare.

       

Nel 2003, ha creato l’esotico “Temple of the Honor” (Tempio dell’onore) con una struttura di legno e cartone sul quale sono stati applicati fogli rigidi bianchi e neri ritagliati: l’installazione era ben saldata al suolo da dei cavi in tensione che la sorreggevano. Il tempio era dedicato alla famiglia, ai padri, alle comunità e a chi doveva superare un disonore. Differisce dai precedenti per l’assenza non solo di elementi incisi sulle pareti dell’installazione, ma anche di uno spazio centrale coperto in cui incontrarsi e soffermarsi, al riparo.

Nel 2004, è stata la volta del “Temple of the Stars” (Tempio delle stelle), struttura completamente di legno e paglia dai dettagli orientaleggianti con, a differenza dei precedenti, sviluppo prevalentemente orizzontale. Il corpo centrale si sviluppava su due piani circondati da percorsi di meditazione e giardini prefabbricati. Al piano superiore si accedeva attraverso due passerelle, ad andamento irregolare, sorrette da sostegni piramidali rovesciati, fatti di elementi in legno e profilati in acciaio intrecciati. In corrispondenza di questi “pilastri”, al di sopra della passerella, vi erano dei totem lignei che, in miniatura, riprendevano le fattezze degli obelischi che circondavano il tempio, a terra.

                 

David Best ha interrotto l’attività per il Burning Man per circa 3 anni, per portare a termine dei lavori personali dello stesso genere.

È ritornato al festival, nel 2007,con il “Temple of forgiveness” (Tempio del perdono), un obelisco completamente aperto in cui incontrarsi per chiedere perdono a qualcuno. Il tempio è composto da elementi di legno e paglia intrecciati e decorazioni di fogli sovrapposti, sempre di legno. Quest’installazione, rispetto alle precedenti, ha delle linee decisamente più moderne e l’unico spazio di ritrovo è l’ambiente al piano terra semi aperto. Al di sopra di questo spazio si erge una struttura wireframe a doppia altezza sormontata da travi curve. La formula trave/pilastro e l’equilibrio dei moduli utilizzati è ben leggibile da ogni punto di vista.

                                         Photo by Scott London

Dal 2008 al 2016, David Best ha interrotto parecchie volte la sua collaborazione con il Burning Man ed è stato sostituito da gruppi di artisti che, ogni anno, si riunivano per creare insieme i templi del festival. I progetti, in sua assenza, andavano da mausolei fatti di oggetti recuperati dai cassonetti e da detriti, a strutture di policarbonato, a sistemi di elementi in legno incastrati.

Nel 2012, Best è tornato in auge al Burning Man con il “Temple of Juno” (Tempio di Giunone). Dopo quasi 4 anni, si è ritrovato il tempio tipico e tradizionale del festival: un ambiente a pianta centrale in legno riciclato, a più piani, limitato a terra da delle pareti finemente traforate e circondato da giardini artificiali. L’edificio centrale, a 3 piani, era circondato da un portico e sormontato da una copertura, che ricordavano molto i mausolei giapponesi. Un giardino ricco di totem e sculture in legno separava l’edificio principale da un recinto a metà tra lo stile far west e quello giapponese: l’accesso all’area era garantito da ingressi sormontati da timpani dalle linee morbide.

Nel 2014, ha creato il “Temple of Grace” (Tempio della grazia), quasi a forma di campana, unica struttura fatta da Best in cui due materiali ben diversi, legno e acciaio, si intrecciavano ed erano ben visibili tra loro. Anche in questo caso il tempio era composto da un unico ambiente a pianta centrale, a 2 piani e rivestito di fogli di legno completamente traforati. I due ambienti principali contenevano 8 altari ed erano sormontati da una pagoda inaccessibile. All’esterno un ampio giardino, cosparso di sculture e falò, separava il luogo di meditazione da una recinzione contrassegnata da ampie arcate d’ingresso paraboliche.

     

Quest’anno Best ha deciso che il suo tempio non doveva avere un nome: nessuna assegnazione, nessun simbolo emotivo da rappresentare. Ogni visitatore poteva decidere liberamente a cosa pensare e a quale sensazione affidarsi. Ha racchiuso in un unico edificio tutte le caratteristiche-tipo dei templi fatti in passato: grande ambiente centrale in cui riunirsi, portico esterno di transizione, copertura a pagoda e obelisco piramidale finale, giardino esterno artificiale e recinzione massiccia contrassegnata da totem. Ovviamente tutto sempre di legno riciclato e cartone. La particolarità di questo tempio è che alcuni elementi, già visti nelle installazioni passate, assumono ruoli e dimensioni più imponenti. La pagodina lunga e snella, che in genere sormontava i templi, è diventata una vera e propria pagoda che per forma e dimensione risulta essere in equilibrio con l’ambiente che sovrasta. La recinzione è stata trattata come il tempio stesso perché composta da oggetti veri e propri di legno accostati, che potrebbero vivere anche separatamente. Nel giardino è stata data priorità alle sculture come obelisco, le cui forme ricordavano vagamente i templi precedenti. E come un vero tempio greco, oppure come una locanda del far west, l’ambiente centrale è circondato da un ampio portico, la cui composizione strutturale è ben leggibile fino dall’esterno del giardino.

E come tutti gli altri templi, anche questo è stato fatto bruciare a conclusione del festival.

    

 

 

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