La figura dell’architetto in Italia

La figura dell’architetto in Italia sta attraversando uno dei periodi più bui di sempre che, fra l’altro, sembra inarrestabile. Essere architetto in Italia è difficile.

RIFLESSIONI E PROBLEMATICHE

Di base bisogna ammettere che la maggior parte delle libere professioni non riesce a farsi spazio nel modello della globalized economy, che si basa sul concetto di dare un valore finanziario ad ogni prestazione, a prescindere dall’etica e dal valore culturale, principi che vengono quasi annientati. Il “disegnino” fatto da un architetto, a seguito dell’introduzione dei programmi digitali, ha perso ancora più valore: l’uso della matita per disegnare veniva visto come il metodo per una produzione che necessitava tempo e impegno e per il quale veniva accettato e giustificato l’eventuale costo, anche se elevato. Quindi risulta essere decisamente complesso quantificare un lavoro da svolgere, da una parte, tutelando il tempo e le risorse necessarie per la produzione, dall’altra accontentando il cliente, specie se parte col concetto del “e che ci vuole a fare un disegnino al pc”. Perché, di partenza, il problema principale è la non conoscenza di cosa è necessario fare e di quanto tempo ci vuole per arrivare a consegnare il famoso “disegnino”, anche se digitalizzato. Il computer, è vero, semplifica la vita, ma le esigenze e le forme di rappresentazione legate alla produzione sono sempre più complesse e non è detto che questo connubio di fattori diminuisca i tempi di lavorazione.

A differenza degli altri paesi europei, in Italia gli architetti sono tanti, pure troppi, soprattutto in rapporto alla domanda. Per cui si genera un rapporto completamente squilibrato tra domanda e offerta, in cui le domande sono poche e le offerte sono troppe. Per non perdere un incarico e l’eventuale cliente, ovviamente, i professionisti tendono a quantificare il proprio “disegnino” anche in maniera sbagliata generando una competizione spietata tra colleghi, alcuni dei quali vengono poi colpiti dal famoso “sei troppo caro. Il tuo disegnino da un altro costa meno”. Così si arriva molto spesso a svalutare il proprio lavoro non per sconfiggere la concorrenza ma per dare al cliente quel parametro in più che lo influenzi qualora in futuro abbia bisogno di un servizio simile. Non una guerra culturale, né una guerra stilistica, ma una guerra fatta di numeri in cui la professione dell’architetto perde completamente il suo valore. Si tratta a tutti gli effetti di una guerra sociale. Apriamo una parentesi: guerra sociale, cioè Bellum Italicum!

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Non si può dare la colpa interamente al mercato immobiliare che, ovunque, è sempre poco costante perché basato su parametri vulnerabili e variabili: questo status condiziona inevitabilmente tutti servizi ad esso legati. Le cause vanno ricercate da una parte nel sistema universitario che poco tiene conto dell’evoluzione negli anni delle figure professionali che sforna, dall’altra, nell’istituzione dell’Albo che dovrebbe tutelare i propri iscritti da un punto di vista legale, deontologico e professionale, agevolando l’ingresso nel mondo del lavoro e verificando il corretto svolgimento delle attività dei professionisti, anche in assenza di denunce. Ricordiamo che gli architetti possono fare a meno dell’Ordine, ma non possono fare a meno dell’abilitazione all’esercizio professionale. La professione di architetto esisterebbe anche senza l’Ordine, perché si è architetti quando si ottiene l’abilitazione all’esercizio alla professione. Dove non esiste l’ordine, esiste un registro; dove non esiste un registro esiste un cliente che va dall’architetto al quale affida un incarico e gli chiede il certificato abilitativo.

La scelta e la diminuzione del numero dei futuri architetti, secondo una selezione meritocratica da farsi durante il primo anno accademico e non a seguito di un esame di ingresso, non è una negazione al diritto allo studio ma è un punto di partenza per far comprendere come il campo architettonico si trasforma nel tempo, confermando che chi ha le capacità ha il diritto di proseguire quel percorso e di indirizzare, invece, tutti gli altri verso aree lavorative più affini alle loro capacità oppure in cui sono necessari dei tecnici. Aggiungiamo il fatto che molti corsi di laura creano professionisti che avranno mansioni troppo simili tra loro, generando così una congestione nel campo edile. L’Ordine professionale rafforza un rango che già esiste a seguito del superamento dell’esame di abilitazione. L’albo tutela? Si certo. Tutela i contenziosi, i rapporti deontologici tra i professionisti, certifica il lavoro dell’architetto e altri servizi molti dei quali a pagamento oltre la quota di iscrizione annuale. Tutela, parzialmente, tutto ciò che è già parte del mondo del lavoro e i concorsi sporadici che indice in stile Progetto Leonardo, presentati spesso come esperienze d’ingresso nel mondo del lavoro, non sono altro che bellissimi viaggi lavorativi, talmente brevi che nel momento in cui ci si abitua alle usanze del luogo è già arrivato il momento di tornare a casa. E dopo quell’esperienza, che indubbiamente arricchisce a livello culturale, si ritorna alla stessa vita di prima fatta di invii spropositati di curriculum vitae.

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Gli invii spropositati di curriculum, i passaparola, la poca tutela della libera professione, l’elevata tassazione dei rapporti giuridici fanno approdare l’architetto in un mondo lavorativo semi-indipendente. Mondo in cui si lavora come liberi professionisti ma alle dipendenze del cliente o dell’azienda, con il risultato che poi alla fine si subiscono solo gli svantaggi di entrambe le posizioni lavorative con poco guadagno. L’architetto produce “il disegnino”, il cliente fissa le scadenze e le forme di produzione, il committente fissa il prezzo. Procedimento logico se solo tutti i committenti avessero esperienza in ambito architettonico tale da poter fissare un giusto prezzo nel rispetto dell’intero operato dell’architetto. Però un qualsiasi cliente quando va dal meccanico o dal dentista o da qualsiasi altro libero professionista a chiedere un servizio non fissa un prezzo. Magari si lamenta della cifra che gli viene proposta e poi non torna più, ma comunque non è lui a decidere quanto vuole pagare. E Quando. Perché il problema che il committente, oltre a decidere il prezzo del lavoro, decide pure quando pagare, come pagare e se vuole la fattura!

Questo perché con la crisi e l’abolizione della tariffa professionale, l’architetto calcola il costo del suo servizio in maniera analitica sulla base di parametri concordati con il cliente che dovrebbero essere “criteri di valutazione oggettivi”, come suggerito dal Consiglio Nazionale degli Architetti. Può prendere in considerazione il tariffario della L.143/49 convertito in Euro, legge ormai diventata fantasma, oppure il tariffario del D.M. 4/4/2001 sulle opere pubbliche, campo troppo elevato da poter essere trasposto nell’ambito di progetti privati. Quindi di fatto non esiste una normativa che regoli i prezzi e tuteli in maniera oggettiva e obbligatoria le prestazioni che un architetto può offrire, necessaria di questi tempi. La definizione del prezzo dei servizi a discrezione dell’architetto e del suo cliente sarebbe perfetta solo in un mondo eticamente corretto.

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Perché poi questo problema di accaparrarsi un incarico, se c’è, e riuscire a definire un prezzo onesto per tutti non è solo dell’architetto, ma anche dell’ingegnere, del designer e del geometra. Perché in Italia non si sa molto bene chi fa cosa. Tutti possono fare tutto. Tutti imparano a fare tutto e più cose possibili. Quello che fa l’architetto, può essere fatto dall’ingegnere edile, dal designer e pure dal geometra. Quindi gli iter scolastici e universitari arrivano a creare figure professionali che lavorano nel medesimo ambito. Ma l’ambito rimane comunque in crisi. In Italia dove, spesso, regna la non chiarezza e la confusione a prescindere “il geometra fa la casa, l’ingegnere fa i pilastri e le travi, l’architetto mette le tende e i tappeti, il designer va a comprare i mobili”. L’architetto è visto come quel genio creativo che va oltre la progettazione di una semplice casa, che sceglie il dettaglio e che non fa le file in comune per consegnare le pratiche. E tutto questo ad un prezzo elevato. Invece no, l’architetto può fare tutto questo e molto di più. Ma questo non rientra nella mentalità italiana. Così i tanti servizi che l’architetto può espletare vengono ridotti ancora di più, perché c’è il geometra oppure c’è l’ingegnere. Nella mentalità italiana, molto spesso, l’architetto coincide col designer.

Quindi adesso più che mai non basta ridurre il numero degli iscritti delle università, ma è necessario ridimensionare i corsi in funzione delle figure professionali da inserire nel mondo del lavoro. E’ necessario che ogni tecnico abbia il suo campo di azione ben definito e che non vada a coincidere con quello di qualcun altro. La soluzione migliore sarebbe riuscire a fare in modo che ognuno abbia i suoi compiti specifici legati a quelli di un altro e che siano salvaguardati legalmente.

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Nel mercato generale, molto spesso, risulta difficile piazzare tutto ciò che sta nel mezzo, sia per prezzo, sia per funzione, sia per qualità. Spesso è necessario tramite la grafica e un marketing adeguato far percepire quale è il tipo di clientela a cui quel prodotto o servizio può risultare utile.

L’architetto si trova in questa situazione, in cui il suo raggio di azione risulta essere contaminato e poco chiaro, perché nel mezzo. Nel momento in cui, di base, il problema principale, oltre la crisi, è legato alla concezione che l’architetto mette tendine e tovaglie, che possono pure essere messe da un altro o non messe proprio, risulta essere obbligatorio ridefinire il campo di azione della figura dell’architetto e metterlo a disposizione in ambiti dove è necessaria una figura che riordini.

L’ARCHITETTO E LA CITTA’

Città – Ambiente – Ecologia. Questo è l’ambito in cui iniziano a sussistere problemi seri da risolvere. Ambito in cui anche a livello giuridico iniziano, a partire dalla Communauté Européenne, a essere formate figure professionali specifiche post laurea che masticano legge e che in maniera pragmatica possono essere messe a disposizione per contenere e direzionare i cambiamenti delle città.  Perché le scelte fatte che hanno creato legami troppo conflittuali tra il sistema economico, le attività umane e i luoghi stanno fortemente modificando i connotati dei posti. E l’adozione di nuovi piani urbanistici, con nuovi vincoli e nuove regole, risolvono ben poco. Bisogna andare oltre.

Bisogna capire che l’architetto, grazie alla sua formazione artistica – tecnica – scientifica, può essere messo a disposizione del cittadino, degli enti e delle città. Il consumo del suolo, gli sprofondamenti dei livelli urbani, le infrastrutture verdi e il verde di sostegno alla viabilità, la mobilità stradale, l’arredo urbano, l’impatto ambientale, sono solo una parte dei campi in cui un architetto potrebbe agire e in cui prima o poi bisognerà investire per non perdere tutto quello che è stato creato fino ad ora.

Perché l’operations research non è una perdita di tempo: è un approccio completo alla risoluzione di problemi complessi. La ricerca operativa riveste un ruolo importante nelle attività decisionali perché permette di operare le scelte migliori per raggiungere un determinato obiettivo rispettando vincoli che sono imposti dall’esterno e non sono sotto il controllo di chi deve compiere le decisioni. In più, sia l’innovazione che la conseguente risoluzione del problema portano un guadagno notevole.

 

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