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Il Festival Burning Man: La magia del fuoco e le installazioni riciclate

La piromanzia è un’antica arte divinatoria che si basa sull’interpretazione del comportamento del fuoco e sull’osservazione dei colori che la fiamma assume durante la combustione. Nel deserto del Nevada da oltre 20 anni si tiene un festival dove si celebra la magia del fuoco dando letteralmente alle fiamme installazioni riciclate realizzate appositamente per il Burning Man.

Bruciare oggetti è sempre stato visto come un allontanamento da un periodo particolarmente difficoltoso e un invito al periodo successivo ricco di prosperità. Il “focolare” acceso bruciava tutto ciò che era ritenuto inutile, allontanava la negatività e, allo stesso tempo, era capace di unire le persone intorno a sé: il fuoco diventa simbolo di protezione della famiglia e il camino diviene il suo luogo sacro. Il fuoco risultava anche il passaggio inevitabile dalla vita alla morte, unico modo di unire per un tempo limitato i due mondi, mettendo in comunicazione le persone con i loro defunti.

IL BURNING MAN

Da Ticinotoday

Il Burning Man è un festival nato nel 1991 che si svolge a Black Rock City, a nord di Reno, nel bel mezzo del deserto del Nevada e dura poco più di una settimana, tra fine agosto e gli inizi settembre. Gli organizzatori dell’evento e gli stessi fondatori non lo considerano un evento mondano ma un esperimento artistico, sociale e radicale fine a se stesso, in cui tutti sono coinvolti. Le persone si riuniscono a Black Rock portandosi tutta l’attrezzatura necessaria alla propria sopravvivenza, quale tende da campeggio, generatori elettrici, cibo, acqua e i vestiti adatti al clima del luogo, che prevede giornate caldissime, notti freddissime e tempeste di sabbia. Ogni partecipante è libero di organizzare installazioni artistiche di ogni tipo, spettacoli musicali o teatrali, workshop e giochi: ogni esibizione al quale si assiste è fatta da personaggi non famosi e niente viene pubblicizzato. Le uniche forme di scambio possibili sono il baratto e il dono: il denaro serve solamente all’acquisto del biglietto d’ingresso e a comprare ghiaccio e caffè, uniche cose in vendita. L’uso di macchine fotografiche a scopi commerciali è limitato e il cellulare non prende perché non c’è campo, per cui le persone sono necessariamente “costrette” ad interagire solo tra di loro e con le forme di arte sparse per il luogo. Indispensabile: arrivare in macchina oppure portarsi dietro una bicicletta, uno skateboard o un qualsiasi altro mezzo che possa agevolare gli spostamenti per la playa!

LA NASCITA DEL FESTIVAL DEL BURNING MAN

Uno dei fondatori era solito da giovane organizzare un falò con gli amici per il solstizio d’estate: da qui nasce il nome dell’evento e l’usanza di bruciare un uomo di legno a conclusione del festival. Come succedeva durante gli antichi carnevali o durante particolari riti esoterici di allontanamento della sfortuna. In generale, tutta l’area adibita al festival è cosparsa di falò attorno ai quali riunirsi. L’ultimo giorno del Burning Man è dedicato a far scomparire e a bruciare tutte le installazioni e a pulire la playa: i materiali per le opere artistiche devono essere riciclati, le installazioni sostenibili e facilmente smontabili e smaltibili. Una delle regole fondamentali del festival è relativa all’organizzazione preventiva dei rifiuti e alle modalità del loro smaltimento. Ogni partecipante deve stare ben attento agli oggetti che si porta dietro e ai materiali di cui sono fatti, sapendo che l’organizzazione e lo smaltimento dei rifiuti è a suo carico e soprattutto sapendo che la zona è ricca di focolari. Vicino al Black Rock, non lontano dalla zona camping, è presente solo il raccoglitore di materiali di latta.

Dopo il Burning Man, a Black Rock, tutto torna come prima. Come se nessuno fosse passato di lì, fermandosi per quasi 10 giorni, tra musica, danza e arte.

         Da Cnn

        Da Dezeen

        Di Nick Bilton

DAVID BEST: LO SCULTORE DEL RICICLO E I SUOI TEMPLI

David Best è uno scultore idealista americano conosciuto in tutto il mondo per le sue sculture fatte di materiali riciclabili. I suoi lavori, in realtà, sono “edifici scultorei”, cioè delle installazioni che interagiscono direttamente con le persone mettendole nella condizione di “vivere l’oggetto e provare emozioni”, non come comuni osservatori.

Le sue prime opere sono state realizzate assemblando pezzi di vecchi veicoli e cianfrusaglie varie trovati nelle discariche e nei cassonetti dei rifiuti.

A settembre, per il London’s Burning Festival, in ricordo dell’incendio del 1666 durato 4 giorni, David è stato incaricato di costruire un memoriale che ricordasse il tragico evento, che ha portato alla distruzione di milioni di abitazioni. Lo scultore ha realizzato un’installazione di legno in larga scala dello skyline della città di Londra all’epoca dell’incendio, poi posizionata su una piattaforma nel Tamigi e fatta bruciare.

Nel 2000 ha avviato con gli organizzatori del Burning Man una collaborazione, finanziata dagli stessi, per la realizzazione di templi commemorativi fatti di materiali sostenibili. La collaborazione, salvo una breve interruzione, è stata continuativa e David è diventato simbolo dell’arte al Burning Man.

Il suo primo santuario è stato il “Temple of the Mind” (Tempio della mente) con struttura di listelli di legno riciclato rivestita di pannelli di cartone perforato. Il santuario è diventato il commemorale di un componente della crew del festival, morto durante il viaggio in moto per arrivare a Black Rock. Il tragico evento ha contribuito a far assumere all’installazione il ruolo di luogo di preghiera e di ritrovo: chiunque approdasse al Tempio della mente vi lasciava oggetti personali in ricordo di cari perduti. A conclusione del festival, il santuario è stato fatto bruciare, come vuole la tradizione del Burning Man. L’installazione, come quelle successive, è stata concepita da David con l’aiuto di geologi che tenevano monitorato il suolo della playa del festival, assicurandosi che l’incendio dell’ultimo giorno non creasse danni al suolo arido e secco.

L’anno successivo, è stato eretto il “Temple of Tears” (Tempio delle lacrime), uno ziggurat di 3 piani a gradoni, fatto di listelli e pannelli traforati di legno. A differenza del primo tempio, questo è stato, fin da subito, volutamente dedicato ai defunti. All’ingresso, ai visitatori veniva lasciato un pannellino di legno sul quale potevano scrivere il nome della persona persa oppure qualsiasi nome che provocasse loro dolore: il blocchetto veniva lasciato all’interno della struttura o incastrato in essa, prima dell’uscita dal mausoleo.

Nel 2002, è stato il turno del “Temple of the joy” (Tempio della gioia), un enorme mausoleo a 2 piani con struttura in legno e materiali riciclati, rivestita di pannelli finemente intagliati. Al suo interno, oltre alle scale per accedere al piano superiore e alle tante coperture, che sovrastavano l’ambiente principale, si potevano trovare altari, specchi e vetri colorati appesi. Il tempio è stato creato assemblando blocchetti intagliati da volontari provenienti da tutto il mondo, su disegni commissionati dallo stesso Best. Le persone si riunivano in quel luogo incantato per pensare a tutto ciò che di bello avevano ricevuto durante la loro vita e per scrivere i propri pensieri sugli elementi in legno che componevano l’installazione. I giochi di luce, creati dal sole che entrava nel mausoleo dai trafori dei pannelli, aumentava il senso di misticità di quello spazio spettacolare.

       

Nel 2003, ha creato l’esotico “Temple of the Honor” (Tempio dell’onore) con una struttura di legno e cartone sul quale sono stati applicati fogli rigidi bianchi e neri ritagliati: l’installazione era ben saldata al suolo da dei cavi in tensione che la sorreggevano. Il tempio era dedicato alla famiglia, ai padri, alle comunità e a chi doveva superare un disonore. Differisce dai precedenti per l’assenza non solo di elementi incisi sulle pareti dell’installazione, ma anche di uno spazio centrale coperto in cui incontrarsi e soffermarsi, al riparo.

Nel 2004, è stata la volta del “Temple of the Stars” (Tempio delle stelle), struttura completamente di legno e paglia dai dettagli orientaleggianti con, a differenza dei precedenti, sviluppo prevalentemente orizzontale. Il corpo centrale si sviluppava su due piani circondati da percorsi di meditazione e giardini prefabbricati. Al piano superiore si accedeva attraverso due passerelle, ad andamento irregolare, sorrette da sostegni piramidali rovesciati, fatti di elementi in legno e profilati in acciaio intrecciati. In corrispondenza di questi “pilastri”, al di sopra della passerella, vi erano dei totem lignei che, in miniatura, riprendevano le fattezze degli obelischi che circondavano il tempio, a terra.

                 

David Best ha interrotto l’attività per il Burning Man per circa 3 anni, per portare a termine dei lavori personali dello stesso genere.

È ritornato al festival, nel 2007,con il “Temple of forgiveness” (Tempio del perdono), un obelisco completamente aperto in cui incontrarsi per chiedere perdono a qualcuno. Il tempio è composto da elementi di legno e paglia intrecciati e decorazioni di fogli sovrapposti, sempre di legno. Quest’installazione, rispetto alle precedenti, ha delle linee decisamente più moderne e l’unico spazio di ritrovo è l’ambiente al piano terra semi aperto. Al di sopra di questo spazio si erge una struttura wireframe a doppia altezza sormontata da travi curve. La formula trave/pilastro e l’equilibrio dei moduli utilizzati è ben leggibile da ogni punto di vista.

                                         Photo by Scott London

Dal 2008 al 2016, David Best ha interrotto parecchie volte la sua collaborazione con il Burning Man ed è stato sostituito da gruppi di artisti che, ogni anno, si riunivano per creare insieme i templi del festival. I progetti, in sua assenza, andavano da mausolei fatti di oggetti recuperati dai cassonetti e da detriti, a strutture di policarbonato, a sistemi di elementi in legno incastrati.

Nel 2012, Best è tornato in auge al Burning Man con il “Temple of Juno” (Tempio di Giunone). Dopo quasi 4 anni, si è ritrovato il tempio tipico e tradizionale del festival: un ambiente a pianta centrale in legno riciclato, a più piani, limitato a terra da delle pareti finemente traforate e circondato da giardini artificiali. L’edificio centrale, a 3 piani, era circondato da un portico e sormontato da una copertura, che ricordavano molto i mausolei giapponesi. Un giardino ricco di totem e sculture in legno separava l’edificio principale da un recinto a metà tra lo stile far west e quello giapponese: l’accesso all’area era garantito da ingressi sormontati da timpani dalle linee morbide.

Nel 2014, ha creato il “Temple of Grace” (Tempio della grazia), quasi a forma di campana, unica struttura fatta da Best in cui due materiali ben diversi, legno e acciaio, si intrecciavano ed erano ben visibili tra loro. Anche in questo caso il tempio era composto da un unico ambiente a pianta centrale, a 2 piani e rivestito di fogli di legno completamente traforati. I due ambienti principali contenevano 8 altari ed erano sormontati da una pagoda inaccessibile. All’esterno un ampio giardino, cosparso di sculture e falò, separava il luogo di meditazione da una recinzione contrassegnata da ampie arcate d’ingresso paraboliche.

     

Quest’anno Best ha deciso che il suo tempio non doveva avere un nome: nessuna assegnazione, nessun simbolo emotivo da rappresentare. Ogni visitatore poteva decidere liberamente a cosa pensare e a quale sensazione affidarsi. Ha racchiuso in un unico edificio tutte le caratteristiche-tipo dei templi fatti in passato: grande ambiente centrale in cui riunirsi, portico esterno di transizione, copertura a pagoda e obelisco piramidale finale, giardino esterno artificiale e recinzione massiccia contrassegnata da totem. Ovviamente tutto sempre di legno riciclato e cartone. La particolarità di questo tempio è che alcuni elementi, già visti nelle installazioni passate, assumono ruoli e dimensioni più imponenti. La pagodina lunga e snella, che in genere sormontava i templi, è diventata una vera e propria pagoda che per forma e dimensione risulta essere in equilibrio con l’ambiente che sovrasta. La recinzione è stata trattata come il tempio stesso perché composta da oggetti veri e propri di legno accostati, che potrebbero vivere anche separatamente. Nel giardino è stata data priorità alle sculture come obelisco, le cui forme ricordavano vagamente i templi precedenti. E come un vero tempio greco, oppure come una locanda del far west, l’ambiente centrale è circondato da un ampio portico, la cui composizione strutturale è ben leggibile fino dall’esterno del giardino.

E come tutti gli altri templi, anche questo è stato fatto bruciare a conclusione del festival.

    

 

 

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Gli animali di Florentijn Hofman

Tramite i telegiornali, abbiamo visto le opere di Florentijn Hofman sparse per il mondo, ma in pochi ricordano il suo nome. La sua opera di Land Art è unica al mondo. Invasiva e simpatica. Grande. Tanto grande da richiamare l’attenzione di tutti come una provocazione. Un omaggio alla vita senza sprechi e alla non commercializzazione dell’arte. Un omaggio ad andare avanti, oltre i propri limiti, ricordando le gioie dell’infanzia. Un pretesto per vivere un luogo e per conoscerne la sua storia.

Florentijn Hofman è un artista scultore di 39 anni, nato e cresciuto in Olanda. Ha iniziato a studiare arte all’accademia di Kampen per poi terminare i suoi studi a Berlino.

Florentijn non è un personaggio famoso e di lui si hanno pochissime informazioni. E’ lui stesso a decidere come e quando mostrare le sue opere: salvo casi rarissimi, non accetta mai nessun tipo di commissione che potrebbe garantirgli non solo introiti maggiori ma anche un certo riscontro pubblicitario. E’ un uomo di principio che, come molti suoi colleghi, promuove l’arte come mezzo per comunicare e suscitare emozioni, senza considerarla una macchina genera-soldi: la privatizzazione per Florentijn è solo una maniera offensiva di utilizzare l’istinto artistico per generare denaro.

“Lavoro soltanto alle opere in cui credo veramente”

Si appropria, oppure come lui stesso dice “rapisce”, grandi spazi pubblici occupandoli con le sue opere imponenti, che fanno sorridere. Perché il luogo pubblico è indistintamente di tutti. Le sue creazioni sono sempre frutto della collaborazione tra gli enti amministratori, a cui deve chiedere il consenso per l’occupazione del suolo pubblico, e a ditte locali che hanno il compito di realizzarle. Tutto ciò che crea è temporaneo per evitare che cada in mano ad eventuali investitori. E soprattutto le sue opere sono spontanee: nessuna pubblicità, nessun avviso a monte.

Così, a sorpresa, è capitato che, nel 2014 durante il Totally Thames, chi passasse lungo le rive del Tamigi a Londra, vedesse sguazzare nel fiume un ippopotamo lungo 21 metri dagli occhioni aperti e dalle orecchie rosa fucsia.

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La bestiola, fatta di listelli di legno inchiodati su una struttura anch’essa di legno, viene trasportata da due catamarani a partire dal quartiere di Greenwich fino al nuovo quartiere Nine Elms, a ridosso del Battersea Park, per tutta la durata del festival culturale. La scelta del materiale non è stata fatta a caso: il legno è sempre stato il materiale primario che ha caratterizzato l’architettura londinese fino alla prima rivoluzione industriale avvenuta alla fine del XVIII° secolo. L’ippopotamo, omaggio all’animale che in tempi lontani si dice abbia popolato l’intera città, vuole essere seguito col sorriso e la curiosità di chi vuole scoprire i luoghi dove si svolgevano gli eventi del Totally Thames.

La prima opera di Florentijn è stato un oritteropo rosso lungo 30 metri che ha regalato allo zoo Bergers, ad Arnhem in Olanda, per l’anniversario dei 100 anni della città.

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L’animale, le cui fattezze richiamano un esemplare di animale notturno indigeno africano, ha una struttura metallica rivestita di calcestruzzo. A causa della sua mole, l’installazione è arrivata sul sito a pezzi e montata in loco.

Nel 2010, a San Paolo in Brasile, aiutato da alcuni studenti del luogo ha realizzato una gigantesca scimmia, nativa del posto, che si riposa scomposta in un parco della città.

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L’animale è stato realizzato assemblando insieme più di 10000 paia di infradito di plastica su una base gonfiabile. La scelta del rivestimento è ovviamente un omaggio alla cultura “ da spiaggia” di San paolo, con l’aggiunta di un certo spirito critico nei confronti dell’abuso di plastica.

Nel 2011 ha realizzato un grosso coniglio giallo poi posizionato nella piazza centrale di Orebro, in Svezia. Come se fosse caduto dal cielo, il coniglio alto 13 metri, vuole far riflettere sul concetto di spazio pubblico e sulla prospettiva di osservazione delle cose. Florentijn Hofman ingigantisce tutto facendo sentire l’uomo piccolo ma senza spaventarlo: anche questa sua creazione è adorabile e vuole suscitare l’istinto infantile in chi la guarda. Vuole da una parte far prendere sul serio il concetto di spazio pubblico che dovrebbe essere messo a disposizione di tutti, dall’altra vorrebbe che le persone capissero che la serialità e la seriosità della vita quotidiana va, ogni tanto, vissuta con gli occhi di un bambino.

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Il coniglio è stato realizzato volontariamente da 25 artisti del luogo, con legno locale, calcestruzzo e metallo. Lo scultore vuole sempre che le sue opere siano fatte da operai dei luoghi dove risiederanno le sue installazioni, in modo tale che questi possano prendere conoscenza dell’opera, a partire dalla sua costruzione.

Nel 2012, Ad Angers, in Francia, posiziona due lumaconi che, silenziosi, salgono lungo la scarpata che conduce alla chiesa cattolica della città.

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Lenti e tristi, i lumaconi, occupano quasi completamente la strada e si dirigono verso il luogo sacro, come se dovessero andare incontro al loro triste destino. Gli animali gonfiabili e rivestiti di reti con attaccate buste di plastica, simboleggiano la società odierna attaccata al denaro e che, a causa del troppo spreco, si esaurirà in maniera lenta e sofferente, senza però saperlo.

Nel 2013, per diffondere la consapevolezza dei danni fatti dai roditori alle dighe, ha creato un grosso topo peloso dormiente nella campagna di Nieuwerkerk, in Olanda.

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Il simpatico roditore è completamente sostenibile. E’ fatto di legno ricoperto di paglia e la sua fattezza si adatta completamente al luogo in cui risiede.

Nel 2014 a Dyuan, durante il Lands Arts Festival di Taipei, a Taiwan, Florentijn Hofman ha posizionato, a ridosso di un bunker militare erboso, un enorme coniglio bianco che guarda il cielo. Anzi, che guarda la luna, il luogo da cui proviene.

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L’opera ha una struttura lignea sulla quale sono stati sovrapposti fogli di tyvek e schiuma per aumentare l’effetto fluffy del gigantesco pupazzo che, tutto rilassato, vuole invogliare le persone a fantasticare e a immaginare: due azioni che, nella vita quotidiana e con la crescita, spesso vengono annullate.

L’opera più famosa di Florentijn Hofman è però è la Rubber Duck che ha girato praticamente mezzo mondo, a partire dal 2007. Dai paesi bassi è stata portata in Giappone, poi in Australia, in Brasile, in Cina, in Corea per poi arrivare in America nel 2013.

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La paperella, grande 16,5×20×32 metri, è gonfiabile e composta da più di 200 pezzi di pvc che sono stati assemblati manualmente. Posteriormente è stata prevista un’apertura per consentire la manutenzione dell’installazione che contiene anche un’elica elettrica per mantenere l’aria in circolo, corde per il suo sostegno e un cavo impermeabile di ricezione a distanza dell’energia elettrica.

L’ultima sua opera dello stesso genere è un pesce galleggiante rosa, creata per l’esposizione di arte contemporanea e internazionale a Wuzhen, in Cina.

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Il pesce si trova nelle acqua del lago davanti al teatro della città ed è rivestito di skimboards che vanno dall’arancio a varie sfumature di rosa.

C’è da dire che la papera è l’unica che sia riuscita a viaggiare senza passaporto, superando tutte le dogane! Ed è anche l’opera di Florentijn Hofman che, per la sua maestosità, è rimasta maggiormente nei cuori di chi ha avuto la fortuna di vederla.

 

 

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Le abitazioni della città sotterranea di Coober Pedy

Coober Pedy, o capitale dell’opale, è una città sotterranea di circa 3000 abitanti che si trova nell’Australia meridionale, lungo la Stuart Highway. A causa dell’ampio deserto che caratterizzava quest’area geografica, le popolazioni autoctone erano prevalentemente cacciatori e nomadi in cerca di cibo o di rifornimenti idrici.

STORIA DI KUPA PITI

Nel 1915, tre cacciatori d’oro, J. Hutchin, suo figlio adolescente William e M. Mckenzie, si accamparono a sud di Coober Pedy e, durante una ricerca di acqua, scoprirono dei pezzi di opale. Fu questa risorsa mineraria che fece acquisire al luogo il nome di Stuart Range Opal, successivamente modificato in Coober Pedy, modernizzazione delle parole aborigene di “Kupa Piti”, uomo bianco in un buco.

La città ha iniziato a prendere vita a seguito del completamento della ferrovia che ha permesso a muratori e soldati di installarsi in questo posto dalle condizioni di vita durissime, creando dei ripari al di sotto del suolo che prevedevano anche dei serbatoi d’acqua per il sostentamento. Ciò era indispensabile perché Coober Pedy era sprovvista di risorse idriche e l’acqua veniva portata da molto lontano.

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Negli anni ’60 l’attività mineraria, dopo la forte crisi del 1940, riprese con vigore e costanza e ciò portò alla migrazione di europei e americani che si trapiantarono nell’area permettendo alla città di nascere: divenne un moderno centro di estrazione dell’opale, con annessa fitta rete di conduttura idrica sotterranea, funzionante per osmosi inversa.

LE CASE SOTTERRANEE

All’inizio i ripari erano effettivamente i piccoli fori scavati all’interno del suolo di arenaria, durante le attività minerarie. Col passare del tempo, la continua escavazione del terreno ha portato queste gallerie ad aumentare le proprie dimensioni, diventando enormi. In altri casi gli operai, che lavoravano in quell’area, hanno volutamente allargato alcuni dei rifugi sotterranei nei quali dormivano, facendoli diventare delle proprie e vere abitazioni, con tutti i comfort possibili. All’epoca l’unica pecca era data dal fatto che l’escavazione veniva effettuata manualmente, per cui i lavori non risultavano perfettamente a regola d’arte. Con l’introduzione delle macchine da traforo, le abitazioni hanno assunto le connotazioni di case magiche e affascinanti.

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Non hanno assolutamente l’aspetto di case cavernicole e primitive, scavate nella collina: l’ingresso in genere avviene a livello strada e la casa si estende, generalmente, in orizzontale al di sotto della collina che la accoglie; in alcuni casi ampliamenti parziali avvengono anche sotto il livello strada oppure all’esterno, circondati da giardini, pieni di piante grasse e contenitori di acqua. La struttura portante è data non solo dalla conformazione della collina di arenaria rossiccia ma anche da una struttura lignea fatta di assi, alcuni dei quali vengono posizionati in verticale a creare dei canali necessari alla ventilazione oppure al passaggio di luce naturale nelle stanze che non si affacciano sul fronte strada. La suddivisione degli ambienti interni viene creata scavando direttamente nella roccia o creando dei tramezzi colorati o di materiale diverso dalla roccia, come laterizio e pietra. Questi ultimi vengono utilizzati anche al di sopra di archi e architravi, per garantirne la stabilità strutturale.

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I muri di arenaria, in genere, non vengono né rasati né colorati: i muri si presentano allo stato brado facendo preservare all’abitazione la conformazione di “buco” nella roccia.

La luce è prevalentemente quella naturale che viene fatta entrare all’interno degli ambienti grazie a delle cavità nella collina stessa, specie nelle cucine e nei soggiorni. L’ingresso, nella maggior parte dei casi avviene nella zona giorno costituita da soggiorno e angolo cottura. Un piccolo disimpegno divide la zona giorno dalla zona notte e dal bagno, entrambi posti a nord, ben protetti, silenziosi e, in genere, privi di aperture.

A prescindere dalla temperatura esterna, l’arenaria protegge e isola le abitazioni regolando la quantità di umidità e rendendo lo spazio interno confortevole e soprattutto insonorizzato.

 

 

 

 

 

 

 

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II° parte: Io & il floating pears di Christo.

Due ringraziamenti enormi per il Floating Pears di Christo.

Il primo a tutte quelle persone, quasi tutti italiani, che, malgrado la non organizzazione, non hanno desistito e sono riuscite a raggiungere Sulzano facendomi compagnia per tutta la giornata. Senza lamentarsi, senza brontolare malgrado tutto. Erano più di 50.000 persone, tutte sorridenti e allegre che non hanno proferito verbo per tutti i disagi che hanno avuto e con le quali anche la fila per entrare è risultata piacevole tra chiacchiere e aneddoti. Un grazie speciale a quella signora che, mentre eravamo in fila per salire sulla passerella, mi ha fatto salutare al telefono il suo pappagallo e il marito, rimasto a casa per far compagnia al pennuto.

Il secondo ringraziamento va al tempo che ha graziato tutti. Una leggera pioggerella per una ventina di minuti e poi nulla. Il tempo perfetto per passeggiare senza morire dal caldo. Sul tardo pomeriggio è pure uscito un po’ di sole con tutti i meravigliosi colori della passerella cangiante, del lago completamente azzurro e tutti i verdi che costellano le collinette attorno al lago. Proprio come voleva Christo.

UNA GIORNATA A MONTISOLA.

Io sono stata molto fortunata per tutto. L’albergo era a ridosso del centro di Brescia con fermate dell’autobus per la stazione davanti e colazione gigante. Il tutto ad un prezzo iperconveniente. Eh si, perché per il floating pears tutti gli alberghi hanno triplicato i prezzi. In più, malgrado siano stati cancellati treni e navette, a detta degli operatori e forze dell’ordine per troppa gente, io sono arrivata a destinazione. 4 ore dopo rispetto alle mie previsioni. Ma sono arrivata!

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Pur essendo arrivata in macchina a Brescia per comodità e costi di parcheggio+navette, ho optato per prendere bus+treno per raggiungere il lago. Mattina sveglia alle 7:30, mega colazione e via. Bus numero 3. Arrivo in stazione alle 9:15. Là, al primo binario di testa, c’era una fila lunghissima di persone, tutte composte, ad aspettare un qualsiasi treno che li portasse verso il lago d’Iseo. Speranzose e con le dita incrociate perché il prefetto di Brescia non si aspettava mica così tanta gente, per cui ha iniziato a cancellare bus e navette e a rimandare indietro tutti i visitatori, pure quelli che avevano preso il treno alle 6 del mattino. Forse, se l’evento fosse stato la partita di calcio dell’anno si sarebbe aspettato più persone.

Insomma, dopo tutti i treni cancellati, alle 10:30 parte il treno della morte, direzione Sale Marasino, fermata dopo Sulzano: per non creare ingorghi all’ingresso della passerella, era diventato obbligatorio scendere prima o dopo. A detta del prefetto, se si scendeva a Sale Marasino era possibile prendere un battello per arrivare a Montisola, saltando l’ingorgo presunto all’ingresso. La cosa non mi dispiaceva. Mi vedevo già sul battello a fare foto e selfie! Ma ovviamente il battello mica c’era! La biglietteria ha chiuso i battenti e ha lasciato tutti a piedi. Compresi quelli che effettivamente avevano pure il biglietto della barchetta. Almeno la bigliettaia poteva farla una telefonatina al prefetto per avvisare! No??

Io non demordo e mi avvio a piedi. Che saranno mai 3 km fatti in compagnia di tanta bella gente che ha continuato a sorridere e a chiacchierare gli uni con gli altri, in fila indiana sul bordo della strada! Durante la passeggiata ho incontrato un cespuglio tondo forato, tipo grotta, con un pianoforte dentro e un ragazzo che suonava, dei bus e delle navette, entrambi vuoti, che facevano sù e giù e dei carabinieri che si sono rivolti a noi passanti:

Carabiniere: E’ inutile che continuate a camminare, tanto venite bloccati e in passerella non ci arrivate!

Io: E per quale motivo di grazia?

Carabiniere: Perché la passerella viene chiusa per troppa gente!

Io: E non ve lo immaginavate che ci sarebbe stata tanta gente? Bastava organizzarsi un po’ meglio..

Carabiniere: Perché lei non lo sapeva che ci sarebbe stata tanta gente?

Io: Certo! Infatti se vado al Louvre mica mi aspetto di entrare subito! Ma nemmeno di non sapere che fare perché mi bloccano i mezzi, mi chiudono le strade e mi danno informazioni sbagliate! Arrivederci… io vado in là a vedere la passerella!

Carabiniere: Tanto la passerella non la vede!

Io: Questo lo dice lei!

Apro parentesi. Abbiamo chiesto ad alcuni degli autisti dei bus vuoti che passavano se potevano darci un passaggio. Sintesi delle risposte: “ci hanno detto che dobbiamo rimanere vuoti e che dobbiamo andare in su e giù”! Il perché lo sa solo chi ha dato l’ordine!

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Ho ripreso la mia strada fino ad arrivare all’ingresso della passerella composta da una serie di transenne che scandivano la ginkana fino quasi a bordo lago. 40 minuti di attesa tra chiacchiere e risate e poi, all’improvviso, mi sono ritrovata, di fronte, un ponte lunghissimo dalle mille sfumature di arancio e giallo. Ero arrivata! E l’ingorgo di persone non era poi così catastrofico!

Ho messo sopra un piede poi l’altro e ho iniziato a camminare. Ma mica in maniera normale! Sembrava che avessi gli harlem ma non per fare la danza del ventre ma per andare a cogliere sassi e rami sulle sponde del Bosforo! Perché, la passerella si muove e io non lo sapevo! E poi non è liscia, ma senti tutti i cubotti di polietilene che compongono la struttura, ognuno dei quali ha un movimento a sé. Piano piano mi sono raddrizzata, mi sono tolta le scarpe e ho iniziato a camminare a modo, guardandomi intorno. Non ho sentito il legame con l’acqua. Ero troppo distratta a guardarmi intorno, a capire come diavolo la struttura potesse reggere così tante persone e a insultare mentalmente i vigilanti dell’opera che dalle loro barchette, vicino al ponte, urlavano ai passanti di camminare nel centro, di stare attenti ai passeggini, di non avvicinarsi al bordo e di non soffermarsi troppo a riposare in piedi o seduti. Ad un certo punto sento il mio fidanzato che mi chiama ma mica lo vedo. Si era sdraiato quasi a bordo lago e mi incitava a fare altrettanto. Dopo essermi sdraiata ho iniziato a sentire il mio corpo muoversi dolcemente parte dopo parte. Come quando si muove una catena. Anello dopo anello. E in silenzio, con gli occhi chiusi, ho iniziato a sentire il rumore delle acque del lago che si muovevano sotto di me. Mi stavo talmente rilassando che non sentivo né i barcaroli gridare nè la gente passare. Ma tutto è durato poco perché io sono una persona attiva, allegra e incapace di stare ferma, in silenzio, con gli occhi chiusi a rilassarmi: se mi fermo, mi sembra di perdere tempo; sempre. Quindi mi sono rialzata e mi sono rimessa a camminare fino ad arrivare a Montisola, piena di baretti, alimentari, punti ristoro completamente saturi di persone e con prezzi altissimi. Perché in fondo, quelli di Montisola, non hanno mai visto così tanti turisti insieme che, in genere, al lago d’Iseo preferiscono quello di Garda!

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Il tessuto per ricoprire le passerelle era utilizzato pure per ricoprire il lungo lago sulla terra ferma di Montisola e ti indirizzava verso le altre passerelle sull’acqua verso la provincia di Bergamo: due rami che si congiungevano in mezzo al lago alla passerella dell’Isola di San Paolo che però era chiusa per brutto tempo. Per brutto tempo si intende una pioggerella di 20 minuti. Perché la pioggia dava noia solo alla passerella attorno all’isola di San Paolo e non ai tratti precedenti! Ecco, io non ho capito perché. Se piove e sono una rimbambita che va a bagnarsi i piedi in riva al lago bordo passerella, posso scivolare sia nel tratto Sulzano-Montisola che in quelle Montisola-San Paolo! Premetto che su quel tessuto era impossibile scivolare! Sta di fatto che hanno chiuso secondo me la parte più interessante. Quella in cui ti saresti trovato davvero in mezzo al lago, attorno ad un’isoletta con un edificio storico e con la piena padronanza di tutto ciò che sta intorno. Perché dall’isola di San Paolo si vede tutto: sponda bergamasca e in lontananza quella bresciana, tutto il lago intorno con i 3 rami principali dell’opera di Christo e davanti, immensa anche se in realtà non lo è, Montisola.

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I tratti finali sono stati i migliori perché c’era meno gente a camminare, perchè il tessuto si era bagnato diversamente per cui erano visibili le mille sfumature di giallo-zafferano e perchè le porzioni di lago scandite dalle passerelle avevano ognuna gradazioni di colore diverse che andavano da un verde acqua, ad un verde bottiglia ad un azzurro scuro. Meraviglioso! Se ci fosse stato il sole probabilmente il colore dell’acqua si sarebbe arricchito di sfumature giallo oro. Come avrebbe voluto Christo.

Visto che il percorso possibile da fare era terminato mi sono seduta sulla passerella per riposare ammirando il lago, i bambini che giocavano e che facevando ruote sulla passerella, i cigni e le papere che si avvicinavano in cerca di cibo, le barche a vela che gironzolavano e le persone sdraiate a pancia in giù intente a fare foto a random del tessuto e del lago con la speranza di creare la foto perfetta. Cosa impossibile! Quel luogo così magico, con l’acqua azzurra, in mezzo alle colline verdi, va vissuto: non ci sarà nessuna foto che sarà capace di descrivere alla perfezione la profondità di quella scenografia. Perché di questo si tratta. Di una quinta scenica, di una teletta in cui tutto inquadra due cose: la passerella e chi l’attraversa.

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Io non so se lo scopo di Christo fosse solo legato alla definizione di un rapporto che chi cammina sulla passerella deve creare con l’acqua del lago.

Io ho sentito di aver compreso l’opera, ovviamente a modo mio, dopo che ho preso completa padronanza dello spazio che mi circondava. Di quella quinta scenica di cui parlavo prima. Di quanto grande e pieno fosse lo spazio che mi circondava. Fatto di livelli, di piani e di colori diversi. L’acqua è il collante di tutto perché lega prospettive diverse e profonde. Questa cosa è più semplice capirla dal vivo che non spiegarla o scriverla. Ma dopo che ho capito questa cosa mi sono resa conto che se io non fossi stata in mezzo all’acqua e se non mi fossi guardata intorno io non avrei mai capito la profondità dello spazio che avevo di fronte. Perché dalla terra ferma si ha una percezione diversa di quel luogo, malgrado gli infiniti scorci che si aprono davanti.

Quando ho capito questo mi sono scordata dei disagi, del carabiniere, degli ingorghi e dalla brutta organizzazione creata dal prefetto e dagli operatori dell’opera che riuscivano a rendere complicata anche la cosa più semplice e delle 2 ore passate in piedi ad aspettare il treno di ritorno.

Perché io, la padronanza degli infiniti e colorati piani visivi che ho avuto di fronte per tutta la giornata, l’ho capita quando ho raccolto tutte le idee e tutte le sensazioni. Durante il viaggio di ritorno in macchina chiacchierando con il mio fidanzato.

Le foto, invece, si trovano sulla pagina Facebook di Archigreen.it

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I° parte: io & il floating pears di Christo.

The Floating Pears. Lago d’Iseo. L’opera dell’anno. Quella che tutti aspettavano. L’opera di Christo. Brevemente perchè il nome completo sarebbe Christo Vladimirov Yavachev che, alla veneranda età di 81 anni, ha ancora una mente viva e attiva che gli consente di restare, ancora, uno degli esponenti maggiori della Land Art mondiale.

Eh no!! L’opera non è solo sua! Ma sua e di sua moglie Jeanne-Claude. Perché accanto a lui c’è, (in verità c’era), una donna dai tanti capelli di colore rosso acceso, con la quale ha un sodalizio “d’amore e di creatività” chiamato Destino. Non fortuna. Ma destino. Perché quando due persone hanno così tante cose in comune, da quando sono nate senza conoscersi, arrivano ad incontrarsi e ad essere all’unisono in tutto e per tutto, beh, non è fortuna. Per me è destino.

Jeanne-Claude, a causa di un auneurisma, muore nel 2009 a New York. Secondo le volontà della moglie, Christo dona il suo corpo alla scienza, porta a termine le opere incompiute e cerca di realizzare tutte le opere pensate con lei. Tra cui il Floating Pears, idea che nasce quasi 50 anni fa e che, come coppia, hanno cercato di realizzare prima a Rio della Plata, estuario formato dal fiume Uruguay e dal fiume Paraná, poi nella baia di Tokyo, lo specchio d’acqua più trafficato e popoloso del mondo: entrambi i progetti sono stati visionati ma, a causa di imprevisti burocratici, nessuno dei due è stato portato a termine.

“ La Passerella è per mia moglie. Conquisterò Brescia”.

E in maniera schematica e breve cerco di farvi capire perché, il loro, era Destino.

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Christo: Nasce a Gabrovo (Bulgaria) il 13 giugno 1935, gemelli, dall’unione di un imprendite e di una segretaria dell’Accademia di Belle Arti di Sofia. Studia nello stesso istituto dove lavora la madre e si laurea nel 1956. A seguito è costretto a spostarsi più di una volta per vari motivi.  Per un breve periodo rimane a Praga finchè, per scappare al blocco comunista, raggiunge l’Austria, girandola tutta. Nel 1958 arriva a Parigi, da ramingo, vive inizialmente dipingendo e vendendo ritratti e quadri astratti. La svolta si ha quando, con la fase del Nouveau Réalisme, inzia il Modus Operandi di impacchettamento di oggetti d’uso comune e di persone, che attira l’attenzione di tutti.

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Jeanne-Claude: Nasce a Casablanca (Marocco) il 13 giugno 1935, gemelli, da una breve unione tra la madre e un maggiore francese. A seguito è costretta a spostarsi più di una volta per vari motivi. Per un breve periodo vive a Berna poi si trasferisce a Tunisi, dove studia e si laurea, in latino e filosofia, nel 1952. Nel 1958 arriva a Parigi.

Apro una parentesi. L’ Arte e la Filosofia non sono discipline poi così tanto diverse.

Anzi, secondo me, c’è una relazione decisamente stretta tra filosofia e arte che cerco di spiegare. Se mi riesce, perché il motivo di questa mia affermazione è ben configurato nella mia testa ma non semplice da spiegare. L’arte giudica. L’arte suscita sensazioni. Cerca di dare un perché a tutto ciò che riguarda l’uomo, alla sua evoluzione, ai suoi comportamenti in funzione degli avvenimenti che lo coinvolgono, ai suoi pensieri. E lo fa attraverso l’autore e tutti i mezzi che possiede. Non importa se attraverso una linea netta oppure una pennellata, attraverso un buco fatto per terra oppure attraverso una fotografia. Prende posizioni ideologiche, religiose, emotive e pure politiche, configurandole. L’arte cerca di farci “gustare” il mezzo attraverso il quale si rivela a noi e, nello stesso tempo, ci lascia il suo messaggio. Come la filosofia. Pari Pari. Cambia solo il mezzo con il quale ci parla.

Ritorniamo agli innamorati. Christo e Jeanne-Claude si incontrano nel 1958 a Parigi quando Jeanne-Claude commissiona a Christo un ritratto di sua madre. La loro relazione inizia solo più tardi in maniera adulterina e un po’ confusionaria. Jeanne-Claude stava con un certo Philippe, Christo stava con la sorella di Jeanne-Claude. Jeanne-claude sposa Philippe, ma, durante il viaggio di nozze, scopre di essere incinta di Christo. Lascia il marito per Christo, poi partorisce. E vissero felici e contenti. Sul serio! Beati Loro! Va bene, lo ammetto, sono andata a vedere quando era nato il figlio, dove, come e perché… e se per caso possiede una gatta grassa e una cavia pelosa con lo shatush naturale!!!

Dopodiché inizia il loro sodalizio lavorativo in cui i coniugi, insieme, pensano le opere, finanziate dalla vendita dei disegni e dei modellini preliminari: Christo disegna e firma i progetti, mentre Jeanne-Claude organizza.

“Penso a Jeanne-Claude: siamo nati lo stesso giorno dello stesso mese dello stesso anno, il 13 giugno del 1935, ma da due madri diverse. Siamo entrambi del segno dei gemelli, lei diceva che eravamo un ménage a quattro. Abbiamo fatto molte cose insieme, cercherò di riassumerle in breve. Abbassate le luci, grazie”.

Per 2 anni Christo lavora al progetto Floating Piers per il lago d’Iseo. Grazie Argentini! Grazie Uruguayani! Grazie Giapponesi! Causa est qui se male clamant! Noi Italiani siamo contenti. Christo ha scelto l’Italia e l’Italia gli ha dato i permessi! Deus Gracias!

E’ un evento dal forte impatto culturale perché non solo la nostra burocrazia è stata clemente (questa cosa, a noi italiani, sembra un miracolo) ma permettiamo ad una delle tante opere di Christo non realizzate sull’acqua di prendere forma.

Una delle opere più grandi creata con passione insieme a jeanne-Claude quando era ancora in vita. Una delle opere più grandi, se non la prima, dopo la morte di Jeanne-Claude.

E’ un passo gigantesco. Tecnicamente parlando. Culturalmente parlando.

Grazie!

La voglio vedere! Voglio vedere la passerella lunga 3 Km e larga 16m, fatta da cubi di polietilene ad alta densità, completamente riciclabili, e ricoperta di un tessuto scintillante giallo, forse arancione. Anzi, no arancione, ma color zafferano!

“Non è proprio giallo. Lo è? No, è più color zafferano. Come The Gates a Central Park. Come Valley Curtain. Arancione, ma non proprio arancione. Arancione illuminato da spruzzi di oro; temperato da qualcosa di rosso. Forse. E sarà diverso ai bordi, dove è bagnato. Più scuro. Come i capelli di Jeanne-Claude.”

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Quindi non mi resta che dire a lui (che altro non è che il mio fidanzato) che bisogna andare a Brescia a vedere l’opera. Premessa: io sono la creativa della coppia. Lui si intende di altro.

Io: Amò, c’è da andare al lago d’Iseo a vedere Christo.

Lui: Gesù è risorto?

Io: Si! Ti ha fatto una passerella ecologica per farti camminare sull’acqua come ha fatto lui per andare a Betsaida coi discepoli!

Lui: Mitico!

Io: Christo è quello che impacchetta gli edifici. Fa Land Art. Ha impacchettato il Reichstag a Berlino.

Lui: (sguardo perplesso) Ma come gli è venuto in mente?

Da qui ho iniziato a emettere tutta una serie di suoni per spiegargli qualcosa sulla Land Art e su tutti gli impacchettamenti. Ma quanto è difficile! Sia spiegare che capire l’arte. Secondo me, è complicato parlare di arte pure per chi è del mestiere. Figuriamoci per gli altri. Perché, alla fine, il problema non è solo dare una spiegazione ad un qualcosa che non si è fatto noi, ma è anche trovare le parole giuste per far capire.

Alla fine ho trovato la risposta da dargli. La mia opinione.

Io: Quando parli di arte, specie quella contemporanea, non riconducibile a nessuno schema prestabilito, non farti domande. Ma vivila! Se la capirai, sentirai una sensazione. Non importa quale sia. Non riuscirai comunque a rispondere alle domande che hai in testa. L’opera ti suscita un’emozione? Se si, significa che l’opera ha raggiunto il suo scopo. Il suo significato ti si configurerà nella testa. Le parole non sono necessarie. A maggior ragione se non sei abituato a contemplare l’arte!

Ecco. Io ho deciso di camminare su quella passerella vivendola. Senza farmi tante domande. Secondo me, il vero perché lo conoscono solo in due: Christo e jeanne-Claude!

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Inizio a organizzare il mini viaggio di un paio di giorni. Ho pensato: “Ora prenoto un albergo con vista lago che fa tanto figo e romantico!”

Col cavolo! E’ tutto occupato! Pure i bungalow dei campeggi! E pure le stanze vista lago alla modica cifra di 900/1000 Euro!  E piano piano ho iniziato ad allontanarmi da Sulzano, direzione Brescia, per trovare anche solo un cespuglio libero dove dormire. E dopo una serie di telefonate fatte alle 22:30 di sera, ho trovato, ad un buon prezzo, un alberghetto carino ai piedi della collina. Ai limiti di Brescia. A est, verso Verona.

FINE PRIMO TEMPO

 

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