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Il Festival Burning Man: La magia del fuoco e le installazioni riciclate

La piromanzia è un’antica arte divinatoria che si basa sull’interpretazione del comportamento del fuoco e sull’osservazione dei colori che la fiamma assume durante la combustione. Nel deserto del Nevada da oltre 20 anni si tiene un festival dove si celebra la magia del fuoco dando letteralmente alle fiamme installazioni riciclate realizzate appositamente per il Burning Man.

Bruciare oggetti è sempre stato visto come un allontanamento da un periodo particolarmente difficoltoso e un invito al periodo successivo ricco di prosperità. Il “focolare” acceso bruciava tutto ciò che era ritenuto inutile, allontanava la negatività e, allo stesso tempo, era capace di unire le persone intorno a sé: il fuoco diventa simbolo di protezione della famiglia e il camino diviene il suo luogo sacro. Il fuoco risultava anche il passaggio inevitabile dalla vita alla morte, unico modo di unire per un tempo limitato i due mondi, mettendo in comunicazione le persone con i loro defunti.

IL BURNING MAN

Da Ticinotoday

Il Burning Man è un festival nato nel 1991 che si svolge a Black Rock City, a nord di Reno, nel bel mezzo del deserto del Nevada e dura poco più di una settimana, tra fine agosto e gli inizi settembre. Gli organizzatori dell’evento e gli stessi fondatori non lo considerano un evento mondano ma un esperimento artistico, sociale e radicale fine a se stesso, in cui tutti sono coinvolti. Le persone si riuniscono a Black Rock portandosi tutta l’attrezzatura necessaria alla propria sopravvivenza, quale tende da campeggio, generatori elettrici, cibo, acqua e i vestiti adatti al clima del luogo, che prevede giornate caldissime, notti freddissime e tempeste di sabbia. Ogni partecipante è libero di organizzare installazioni artistiche di ogni tipo, spettacoli musicali o teatrali, workshop e giochi: ogni esibizione al quale si assiste è fatta da personaggi non famosi e niente viene pubblicizzato. Le uniche forme di scambio possibili sono il baratto e il dono: il denaro serve solamente all’acquisto del biglietto d’ingresso e a comprare ghiaccio e caffè, uniche cose in vendita. L’uso di macchine fotografiche a scopi commerciali è limitato e il cellulare non prende perché non c’è campo, per cui le persone sono necessariamente “costrette” ad interagire solo tra di loro e con le forme di arte sparse per il luogo. Indispensabile: arrivare in macchina oppure portarsi dietro una bicicletta, uno skateboard o un qualsiasi altro mezzo che possa agevolare gli spostamenti per la playa!

LA NASCITA DEL FESTIVAL DEL BURNING MAN

Uno dei fondatori era solito da giovane organizzare un falò con gli amici per il solstizio d’estate: da qui nasce il nome dell’evento e l’usanza di bruciare un uomo di legno a conclusione del festival. Come succedeva durante gli antichi carnevali o durante particolari riti esoterici di allontanamento della sfortuna. In generale, tutta l’area adibita al festival è cosparsa di falò attorno ai quali riunirsi. L’ultimo giorno del Burning Man è dedicato a far scomparire e a bruciare tutte le installazioni e a pulire la playa: i materiali per le opere artistiche devono essere riciclati, le installazioni sostenibili e facilmente smontabili e smaltibili. Una delle regole fondamentali del festival è relativa all’organizzazione preventiva dei rifiuti e alle modalità del loro smaltimento. Ogni partecipante deve stare ben attento agli oggetti che si porta dietro e ai materiali di cui sono fatti, sapendo che l’organizzazione e lo smaltimento dei rifiuti è a suo carico e soprattutto sapendo che la zona è ricca di focolari. Vicino al Black Rock, non lontano dalla zona camping, è presente solo il raccoglitore di materiali di latta.

Dopo il Burning Man, a Black Rock, tutto torna come prima. Come se nessuno fosse passato di lì, fermandosi per quasi 10 giorni, tra musica, danza e arte.

         Da Cnn

        Da Dezeen

        Di Nick Bilton

DAVID BEST: LO SCULTORE DEL RICICLO E I SUOI TEMPLI

David Best è uno scultore idealista americano conosciuto in tutto il mondo per le sue sculture fatte di materiali riciclabili. I suoi lavori, in realtà, sono “edifici scultorei”, cioè delle installazioni che interagiscono direttamente con le persone mettendole nella condizione di “vivere l’oggetto e provare emozioni”, non come comuni osservatori.

Le sue prime opere sono state realizzate assemblando pezzi di vecchi veicoli e cianfrusaglie varie trovati nelle discariche e nei cassonetti dei rifiuti.

A settembre, per il London’s Burning Festival, in ricordo dell’incendio del 1666 durato 4 giorni, David è stato incaricato di costruire un memoriale che ricordasse il tragico evento, che ha portato alla distruzione di milioni di abitazioni. Lo scultore ha realizzato un’installazione di legno in larga scala dello skyline della città di Londra all’epoca dell’incendio, poi posizionata su una piattaforma nel Tamigi e fatta bruciare.

Nel 2000 ha avviato con gli organizzatori del Burning Man una collaborazione, finanziata dagli stessi, per la realizzazione di templi commemorativi fatti di materiali sostenibili. La collaborazione, salvo una breve interruzione, è stata continuativa e David è diventato simbolo dell’arte al Burning Man.

Il suo primo santuario è stato il “Temple of the Mind” (Tempio della mente) con struttura di listelli di legno riciclato rivestita di pannelli di cartone perforato. Il santuario è diventato il commemorale di un componente della crew del festival, morto durante il viaggio in moto per arrivare a Black Rock. Il tragico evento ha contribuito a far assumere all’installazione il ruolo di luogo di preghiera e di ritrovo: chiunque approdasse al Tempio della mente vi lasciava oggetti personali in ricordo di cari perduti. A conclusione del festival, il santuario è stato fatto bruciare, come vuole la tradizione del Burning Man. L’installazione, come quelle successive, è stata concepita da David con l’aiuto di geologi che tenevano monitorato il suolo della playa del festival, assicurandosi che l’incendio dell’ultimo giorno non creasse danni al suolo arido e secco.

L’anno successivo, è stato eretto il “Temple of Tears” (Tempio delle lacrime), uno ziggurat di 3 piani a gradoni, fatto di listelli e pannelli traforati di legno. A differenza del primo tempio, questo è stato, fin da subito, volutamente dedicato ai defunti. All’ingresso, ai visitatori veniva lasciato un pannellino di legno sul quale potevano scrivere il nome della persona persa oppure qualsiasi nome che provocasse loro dolore: il blocchetto veniva lasciato all’interno della struttura o incastrato in essa, prima dell’uscita dal mausoleo.

Nel 2002, è stato il turno del “Temple of the joy” (Tempio della gioia), un enorme mausoleo a 2 piani con struttura in legno e materiali riciclati, rivestita di pannelli finemente intagliati. Al suo interno, oltre alle scale per accedere al piano superiore e alle tante coperture, che sovrastavano l’ambiente principale, si potevano trovare altari, specchi e vetri colorati appesi. Il tempio è stato creato assemblando blocchetti intagliati da volontari provenienti da tutto il mondo, su disegni commissionati dallo stesso Best. Le persone si riunivano in quel luogo incantato per pensare a tutto ciò che di bello avevano ricevuto durante la loro vita e per scrivere i propri pensieri sugli elementi in legno che componevano l’installazione. I giochi di luce, creati dal sole che entrava nel mausoleo dai trafori dei pannelli, aumentava il senso di misticità di quello spazio spettacolare.

       

Nel 2003, ha creato l’esotico “Temple of the Honor” (Tempio dell’onore) con una struttura di legno e cartone sul quale sono stati applicati fogli rigidi bianchi e neri ritagliati: l’installazione era ben saldata al suolo da dei cavi in tensione che la sorreggevano. Il tempio era dedicato alla famiglia, ai padri, alle comunità e a chi doveva superare un disonore. Differisce dai precedenti per l’assenza non solo di elementi incisi sulle pareti dell’installazione, ma anche di uno spazio centrale coperto in cui incontrarsi e soffermarsi, al riparo.

Nel 2004, è stata la volta del “Temple of the Stars” (Tempio delle stelle), struttura completamente di legno e paglia dai dettagli orientaleggianti con, a differenza dei precedenti, sviluppo prevalentemente orizzontale. Il corpo centrale si sviluppava su due piani circondati da percorsi di meditazione e giardini prefabbricati. Al piano superiore si accedeva attraverso due passerelle, ad andamento irregolare, sorrette da sostegni piramidali rovesciati, fatti di elementi in legno e profilati in acciaio intrecciati. In corrispondenza di questi “pilastri”, al di sopra della passerella, vi erano dei totem lignei che, in miniatura, riprendevano le fattezze degli obelischi che circondavano il tempio, a terra.

                 

David Best ha interrotto l’attività per il Burning Man per circa 3 anni, per portare a termine dei lavori personali dello stesso genere.

È ritornato al festival, nel 2007,con il “Temple of forgiveness” (Tempio del perdono), un obelisco completamente aperto in cui incontrarsi per chiedere perdono a qualcuno. Il tempio è composto da elementi di legno e paglia intrecciati e decorazioni di fogli sovrapposti, sempre di legno. Quest’installazione, rispetto alle precedenti, ha delle linee decisamente più moderne e l’unico spazio di ritrovo è l’ambiente al piano terra semi aperto. Al di sopra di questo spazio si erge una struttura wireframe a doppia altezza sormontata da travi curve. La formula trave/pilastro e l’equilibrio dei moduli utilizzati è ben leggibile da ogni punto di vista.

                                         Photo by Scott London

Dal 2008 al 2016, David Best ha interrotto parecchie volte la sua collaborazione con il Burning Man ed è stato sostituito da gruppi di artisti che, ogni anno, si riunivano per creare insieme i templi del festival. I progetti, in sua assenza, andavano da mausolei fatti di oggetti recuperati dai cassonetti e da detriti, a strutture di policarbonato, a sistemi di elementi in legno incastrati.

Nel 2012, Best è tornato in auge al Burning Man con il “Temple of Juno” (Tempio di Giunone). Dopo quasi 4 anni, si è ritrovato il tempio tipico e tradizionale del festival: un ambiente a pianta centrale in legno riciclato, a più piani, limitato a terra da delle pareti finemente traforate e circondato da giardini artificiali. L’edificio centrale, a 3 piani, era circondato da un portico e sormontato da una copertura, che ricordavano molto i mausolei giapponesi. Un giardino ricco di totem e sculture in legno separava l’edificio principale da un recinto a metà tra lo stile far west e quello giapponese: l’accesso all’area era garantito da ingressi sormontati da timpani dalle linee morbide.

Nel 2014, ha creato il “Temple of Grace” (Tempio della grazia), quasi a forma di campana, unica struttura fatta da Best in cui due materiali ben diversi, legno e acciaio, si intrecciavano ed erano ben visibili tra loro. Anche in questo caso il tempio era composto da un unico ambiente a pianta centrale, a 2 piani e rivestito di fogli di legno completamente traforati. I due ambienti principali contenevano 8 altari ed erano sormontati da una pagoda inaccessibile. All’esterno un ampio giardino, cosparso di sculture e falò, separava il luogo di meditazione da una recinzione contrassegnata da ampie arcate d’ingresso paraboliche.

     

Quest’anno Best ha deciso che il suo tempio non doveva avere un nome: nessuna assegnazione, nessun simbolo emotivo da rappresentare. Ogni visitatore poteva decidere liberamente a cosa pensare e a quale sensazione affidarsi. Ha racchiuso in un unico edificio tutte le caratteristiche-tipo dei templi fatti in passato: grande ambiente centrale in cui riunirsi, portico esterno di transizione, copertura a pagoda e obelisco piramidale finale, giardino esterno artificiale e recinzione massiccia contrassegnata da totem. Ovviamente tutto sempre di legno riciclato e cartone. La particolarità di questo tempio è che alcuni elementi, già visti nelle installazioni passate, assumono ruoli e dimensioni più imponenti. La pagodina lunga e snella, che in genere sormontava i templi, è diventata una vera e propria pagoda che per forma e dimensione risulta essere in equilibrio con l’ambiente che sovrasta. La recinzione è stata trattata come il tempio stesso perché composta da oggetti veri e propri di legno accostati, che potrebbero vivere anche separatamente. Nel giardino è stata data priorità alle sculture come obelisco, le cui forme ricordavano vagamente i templi precedenti. E come un vero tempio greco, oppure come una locanda del far west, l’ambiente centrale è circondato da un ampio portico, la cui composizione strutturale è ben leggibile fino dall’esterno del giardino.

E come tutti gli altri templi, anche questo è stato fatto bruciare a conclusione del festival.

    

 

 

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Emirati Arabi: l’orma ecologica pro-capite migliore al mondo

Il Global Footprint Report ha designato gli Emirati Arabi come il paese con l’orma ecologica pro-capite migliore al mondo: l’iniziativa “Al Basma Al Beeiyah” è un’associazione tra il Ministero dell’ambiente e dell’acqua, l’Agenzia delle acque di Abu Dhabi, l’Autorità degli Emirati per la normalizzazione e la metrologia, la Società di tutela della fauna selvatica degli Emirati e del mondo e la rete Global Footprint con lo scopo di garantire un futuro più sostenibile, analizzando e misurando l’impatto del modo di vivere sulla Terra. Il programma parte dal presupposto che si sprecano troppe quantità di acqua, energia e merci e che se tutti dovessero vivere e “sprecare” nello stesso modo, sarebbero necessari 4,5 pianeti a sostenere l’uomo. L’orma ecologica è, quindi, quell’entità che stabilisce i parametri del rapporto tra consumo umano e risorse terrestri: definisce le esigenze di un popolo in funzione delle risorse del suo territorio e gli strumenti necessari per fare in modo che tali risorse si rinnovino di continuo.

PERCHE’ GLI EMIRATI ARABI?

Gli UAE (United Arab Emirates) hanno conosciuto uno sviluppo sorprendente che, da una parte, ha aumentato la qualità della vita ma, dall’atra, ha provocato un consumo eccessivo di risorse naturali e energetiche. La sua ricchezza di idrocarburi gli ha anche permesso di consumare risorse all’esterno dei suoi confini, aumentando i danni sull’ambiente e sull’ecosistema. Ad oggi si è reso necessario un intervento serio per ridurre drasticamente le conseguenze di tale sviluppo economico.

L’iniziativa, inizialmente, promuove la consapevolezza e l’utilità di un consumo sostenibile fornendo a tutti materiali didattici e video, sviluppati dall’AED (Emirati Dirham) e dal WWF, su uno stile di vita più sostenibile. Tale sensibilizzazione denominata “Gli Eroi della UAE” deve partire principalmente dal nucleo familiare che, seguendo le informazioni della campagna, deve modificare le proprie attitudini. Le conseguenze sul territorio e sull’economia dei comportamenti dell’uomo post campagna vengono analizzati costantemente per monitorare l’andamento dei risultati.

Parallelamente all’analisi del comportamento umano, i ricercatori della EWS-WWF (Emirates Wildlife Society) e l’istituto Masdar, con un lavoro tecnico e di sostegno con la Global Footprint delineano degli scenari non solo per aumentare l’uso di energie rinnovabili e di attrezzature più efficienti ma anche per rafforzare la normativa vigente per diminuire il potere carburante e stabilizzare l’inquinamento delle acque, arrivato a livelli stratosferici per un cattivo controllo delle risorse del territorio.

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GLI SCENARI PER ABU DHABI

Per Abu Dhabi sono stati creati tre possibili scenari diversi. Se il primo programma, il più completo, venisse totalmente realizzato, tra una decina di anni, le emissioni di CO2 si ridurrebbero fino al 40% e l’orma pro capite globale degli Emirati diminuirebbe di un ettaro a persona.

Il I° scenario prevede l’aumento dei sistemi di raffreddamento delle costruzioni, l’introduzione di attrezzature energetiche di qualità superiore e un maggior controllo della qualità dell’acqua indoor e outdoor. Sono previste anche l’introduzione del veicolo elettrico fino ad un 50%, la creazione di 4 centrali nucleari di capacità da 1,45 GW fino al 2021, l’aumento dell’energia rinnovabile del 15%, osmosi inversa con installazione di 13 impianti di desalinizzazione da 60 MG, riutilizzazione al 100% di TSE e il bloccaggio e sequestro del 10% di carbonio da ora fino al 2030.

Il II° scenario, con fini minori, prevede solo l’aumento delle tariffe di acqua e elettricità del 200% da ora fino al 2030, la creazione delle 4 centrali nucleari, l’aumento dell’energia e il bloccaggio e sequestro del carbonio.

Il III° scenario è quello che garantisce il cambiamento minimo: creazione di 4 centrali nucleari di capacità da 1,45 GW da ora fino al 2021, aumento dell’energia rinnovabile del 15% da ora al 2020, bloccaggio e sequestro del carbonio di 10% da ora al 2030.

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I PUNTI SALIENTI DEL PROGRAMMA

Il programma ministeriale, quindi, vuole fornire dati statistici, di qualità e sempre aggiornati, per definire una politica univoca mirata ad aiutare l’uomo nel suo processo decisionale e nella valutazione delle conseguenze delle sue azioni. Il programma può diventare un modello di modus operandi che ben si presta al suo utilizzo in altri paesi del mondo.

I punti salienti di questo programma modello sono:

  • Analisi delle risorse
  • Ricerca continua
  • Miglioramenti metodologici
  • Definizione delle competenze e capacità
  • Politica mirata e diretta informazione
  • Sensibilizzazione tra settori

Uno risultati più recenti della collaborazione della Global Footprint con gli Emirati Arabi è l’approvazione di una nuova normativa sull’illuminazione, fortemente voluta dal primo Ministro degli UEA, Sheikh Al Maktoum, volta a ridurre i consumi energetici del paese all’anno da 340 a 500 Megawatt, l’equivalente dell’energia spesa da una centrale elettrica in sei mesi, soprattutto nel settore alberghiero che rappresenta il 57% dell’orma ecologica del paese. La normativa fissa gli standards indoor dei consumi elettrici sollecitando l’utilizzo di lampadine, sistemi illuminanti di alta qualità e di apparecchi salva vita evidenziandone le prestazioni tecniche, i riscontri economici e le conseguenze del loro utilizzo sull’ambiente. Il governo, oltre ad informare, si impegna a controllare la qualità dei prodotti illuminanti che vengono importati, garantendo l’ingresso nel paese di strumenti no low quality.

 

 

 

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Le abitazioni della città sotterranea di Coober Pedy

Coober Pedy, o capitale dell’opale, è una città sotterranea di circa 3000 abitanti che si trova nell’Australia meridionale, lungo la Stuart Highway. A causa dell’ampio deserto che caratterizzava quest’area geografica, le popolazioni autoctone erano prevalentemente cacciatori e nomadi in cerca di cibo o di rifornimenti idrici.

STORIA DI KUPA PITI

Nel 1915, tre cacciatori d’oro, J. Hutchin, suo figlio adolescente William e M. Mckenzie, si accamparono a sud di Coober Pedy e, durante una ricerca di acqua, scoprirono dei pezzi di opale. Fu questa risorsa mineraria che fece acquisire al luogo il nome di Stuart Range Opal, successivamente modificato in Coober Pedy, modernizzazione delle parole aborigene di “Kupa Piti”, uomo bianco in un buco.

La città ha iniziato a prendere vita a seguito del completamento della ferrovia che ha permesso a muratori e soldati di installarsi in questo posto dalle condizioni di vita durissime, creando dei ripari al di sotto del suolo che prevedevano anche dei serbatoi d’acqua per il sostentamento. Ciò era indispensabile perché Coober Pedy era sprovvista di risorse idriche e l’acqua veniva portata da molto lontano.

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Negli anni ’60 l’attività mineraria, dopo la forte crisi del 1940, riprese con vigore e costanza e ciò portò alla migrazione di europei e americani che si trapiantarono nell’area permettendo alla città di nascere: divenne un moderno centro di estrazione dell’opale, con annessa fitta rete di conduttura idrica sotterranea, funzionante per osmosi inversa.

LE CASE SOTTERRANEE

All’inizio i ripari erano effettivamente i piccoli fori scavati all’interno del suolo di arenaria, durante le attività minerarie. Col passare del tempo, la continua escavazione del terreno ha portato queste gallerie ad aumentare le proprie dimensioni, diventando enormi. In altri casi gli operai, che lavoravano in quell’area, hanno volutamente allargato alcuni dei rifugi sotterranei nei quali dormivano, facendoli diventare delle proprie e vere abitazioni, con tutti i comfort possibili. All’epoca l’unica pecca era data dal fatto che l’escavazione veniva effettuata manualmente, per cui i lavori non risultavano perfettamente a regola d’arte. Con l’introduzione delle macchine da traforo, le abitazioni hanno assunto le connotazioni di case magiche e affascinanti.

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Non hanno assolutamente l’aspetto di case cavernicole e primitive, scavate nella collina: l’ingresso in genere avviene a livello strada e la casa si estende, generalmente, in orizzontale al di sotto della collina che la accoglie; in alcuni casi ampliamenti parziali avvengono anche sotto il livello strada oppure all’esterno, circondati da giardini, pieni di piante grasse e contenitori di acqua. La struttura portante è data non solo dalla conformazione della collina di arenaria rossiccia ma anche da una struttura lignea fatta di assi, alcuni dei quali vengono posizionati in verticale a creare dei canali necessari alla ventilazione oppure al passaggio di luce naturale nelle stanze che non si affacciano sul fronte strada. La suddivisione degli ambienti interni viene creata scavando direttamente nella roccia o creando dei tramezzi colorati o di materiale diverso dalla roccia, come laterizio e pietra. Questi ultimi vengono utilizzati anche al di sopra di archi e architravi, per garantirne la stabilità strutturale.

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I muri di arenaria, in genere, non vengono né rasati né colorati: i muri si presentano allo stato brado facendo preservare all’abitazione la conformazione di “buco” nella roccia.

La luce è prevalentemente quella naturale che viene fatta entrare all’interno degli ambienti grazie a delle cavità nella collina stessa, specie nelle cucine e nei soggiorni. L’ingresso, nella maggior parte dei casi avviene nella zona giorno costituita da soggiorno e angolo cottura. Un piccolo disimpegno divide la zona giorno dalla zona notte e dal bagno, entrambi posti a nord, ben protetti, silenziosi e, in genere, privi di aperture.

A prescindere dalla temperatura esterna, l’arenaria protegge e isola le abitazioni regolando la quantità di umidità e rendendo lo spazio interno confortevole e soprattutto insonorizzato.

 

 

 

 

 

 

 

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Muschio: i vantaggi per l’ecosistema e le installazioni sui tetti verdi

La briofite, particolare pianta vascolare conosciuta comunemente col nome di muschio, svolge un ruolo importante in molti processi legati all’ecosistema. Cresce in ambienti molto umidi sia tropicali, sia artici che alpini e si sviluppa “a tappeto” su terreni ricchi di acqua, su rocce nude oppure su resti di generazioni precedenti. Siamo abituati a vederla sui tronchi degli arbusti, sugli arredi e sui muri esterni degli edifici e, quasi sempre, tendiamo ad eliminarla perché, oltre ad avere un aspetto poco gradevole, abbiamo paura che rovini la superficie sulla quale si sviluppa, che trattenga insetti e parassiti e che uccida le piante con le quali viene a contatto. Ma il muschio, temerario, si ripresenta regolarmente, nella stessa posizione. Questa sua caparbietà di riprodursi ha incuriosito agronomi e geologi che hanno iniziato ad analizzare la sua spugnosa e complessa composizione, rimanendo piacevolmente sorpresi.

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STABILITA’ E RESILIENZA ECOLOGICA

La sua plasticità fenotipica consente al muschio di persistere anche nelle regioni più fredde, assimilando grandi quantità di Co2, sia durante le basse temperature sia durante l’irraggiamento. Durante grandi periodi di siccità, a differenza delle altre piante lignee capaci di regolarizzare il proprio contenuto idrico, il muschio resiste sospendendo il proprio metabolismo tramite una cessazione controllata che evita alle sue cellule di seccarsi. Questa sua attitudine fisiologica non è considerata spirito di adattamento ma capacità di rafforzarsi, arrivando ad influenzare la produttività primaria netta, la stabilità, la resilienza ecologica, la decomposizione e i cambiamenti continui di energia del suolo, permettendo così ad un luogo di rispondere alle perturbazioni. La stabilità è necessaria all’equilibrio e alla resistenza al cambiamento, mentre la resilienza ecologica definisce la capacità di un sistema di assorbire le perturbazioni, mentre conserva la sua struttura e le sue funzionalità primarie. Negli ambienti artici e boreali, la comprensione della resilienza ecologica è fondamentale in relazione all’aumento del riscaldamento globale che ha provocato cambiamenti delle banchise, delle coperture di neve, degli strati di ghiaccio permanente e ha aumentato gli incendi violenti.

VERSATILITA’, EFFICIENZA ISOLANTE E SOPRAVVIVENZA

Quindi, nelle dinamiche della catena alimentare, quasi tutte le 12.000 tipologie di muschio abbattono la concorrenza con le altre piante, garantendo una serie di processi volti alla salvaguardia dell’ecosistema.

Alcune specie di muschio influenzano fino al 20% la produttività primaria netta degli ambienti nordici e fino al 50% quella di foreste e zone umide boreali, controlla e ricicla grandi quantità di azoto e di fosfato ed è capace di regolarizzare la temperatura e l’umidità del suolo. La sua composizione compatta e spugnosa gli permette di assorbire e trattenere grandi quantità di acqua che, successivamente, rilascia in maniera graduale e lenta attraverso il suolo procedendo ad irrigarlo spontaneamente. In tutti quei luoghi dove si alternano periodi umidi a periodi secchi o dove scarseggiano i sostentamenti primari, il muschio è considerato un elemento essenziale per la sopravvivenza perché, strizzandolo, si può ottenere acqua da bere.

Nelle regioni montane e polari, il muschio viene lasciato crescere spontaneamente senza eliminarlo perché, da una parte, protegge il terreno dagli sbalzi di temperatura, dall’altra, isola ma consente il proliferarsi del ghiaccio che gli permette, nel successivo periodo del disgelo, di assorbire l’acqua, conservandola. Nello stesso momento, assorbendo la temperatura trasmessa dal ghiaccio, si trasforma anche in un perfetto refrigeratore che, fino al disgelo, si mantiene da solo. Dopodiché si asciuga velocemente e può essere utilizzato per accendere il fuoco perché si infiamma facilmente.

La sua versatilità ha permesso che la briofite venisse sperimentata anche in ambito edile, prima in maniera funzionale, poi estetica.

Già dal 1700, nelle piccole abitazioni in legno, specie in Alaska e nei paesi artici oppure nelle cabine di ceppo dei cacciatori di pelle, il muschio veniva utilizzato come isolante e sigillante. La costruzione veniva edificata al di sopra di uno strato di muschio che non fosse né troppo sottile, riducendo così le sue proprietà isolanti, né troppo spesso, con il rischio che venisse assorbita troppa acqua, rendendo il suolo di sostegno troppo instabile e senza ridurre l’umidità di risalita. Il muschio, quindi, proliferandosi velocemente e spontaneamente, arrivava a coprire interamente le costruzioni, isolandole dal gelo: tetti e pareti verdi, oltre a proteggere, funzionavano da impianto idrico per l’abitazione che ricoprivano. Se non era possibile costruire al di sopra di un tappeto di muschio, si cercava di addossare le abitazioni ad arbusti ricoperti da briofite e, bagnando la costruzione, si velocizzava il suo processo di crescita.

Quindi in ambienti soggetti a sbalzi di temperatura netti, il muschio non viene eliminato, anzi, si cerca di convogliarne lo sviluppo dove è necessario, diventando parte delle costruzioni stesse, sia in pietra che in legno.

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IL MUSCHIO OGGI: APPLICAZIONI, NORMATIVA E INDICATORI DI SALUBRITA’,

Nelle abitazioni odierne di città, il muschio, sotto forma di pannelli di varie dimensioni e colori oppure sotto forma di frammenti, viene utilizzato principalmente in piccoli umidificatori interni, per green wall e simpatici product design e nelle green roofs, purché venga realizzato a regola d’arte.

Le installazioni estensive verdi sui tetti, in cui il muschio viene utilizzato al posto della ghisa o del Sedum, permette di avere a disposizione una green roof leggera e sottile, che richiede poca manutenzione, grazie alle condizioni minime di cui necessita il muschio per sopravvivere.

Il giardino pensile, o zincoterra, ha poco spessore perché il muschio può vivere anche su poco terriccio ed è comunque sufficiente a proteggere la struttura del tetto dagli agenti atmosferici (tra la struttura del tetto e la zincoterra devono essere installate guaine impermeabilizzanti e protettive e un adeguato sistema di drenaggio), a ridurre la ritenzione dell’acqua piovana diminuendo il carico delle fognature, ad isolare gli ambienti interni (abbattendo, quindi, i costi per il riscaldamento) e ad assorbire polveri e sostanze nocive.

La Direttiva Quadro Acque 2000/60 della Comunità Europea, ai fini di monitorare il grado di inquinamento delle sostanze e dei metalli nocivi sull’ecosistema, specie nei centri urbani, individua nei bio accumulatori, tra i quali lo stesso muschio, la funzione cardine di assorbire l’inquinamento circostante e trattenerlo a fini analitici: il muschio autoctono o impiantato, trattenendo le eventuali sostanze inquinanti, permette, tramite l’analisi della sua struttura, la definizione delle alterazioni ambientali nel tempo.

La sua composizione spugnosa, la capacità di trattenimento dell’acqua, la sua velocità di proliferazione e la sua versatilità, permette alla briofite di essere impiantata anche in ambienti secchi e deserti, diventando un serbatoio di acqua oppure favorendo l’assorbimento della stessa da parte del suolo, con la conseguente mitigazione della temperatura e del grado di umidità,

Ed è un organismo che ha una vita lunghissima.

 

 

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III°parte: i “nuovi” materiali green in campo edile. La cellulosa.

In questa III° sezione dei materiali Green testati in campo edile verrà presentata la Cellulosa, come sostituto naturale dei soliti isolanti sintetici, molti dei quali risultano essere il risultato di un lungo e complesso processo di lavorazione del petrolio. La loro diffusione e commercializzazione è dovuta al loro basso costo, rendendoli quindi convenienti. Ma, purtroppo, hanno un impatto ambientale notevole in quanto, da una parte, consumano risorse naturali, dall’altra, il loro ciclo di produzione e il conseguente smaltimento genera un elevato inquinamento. La loro posa in opera è semplice e la loro durata di vita può arrivare anche a 50 anni. Il riciclo è possibile solo se il materiale primario non è accoppiato oppure fissato con altri materiali: alcuni isolanti non possono essere fusi, ma in generale il loro incenerimento se fatto solo a temperature elevate, può limitare emissione di fumi tossici.

Una valida e nuova soluzione tra le più Green di tutte è costituita dalla fibra di cellulosa che viene ricavata dalla carta di giornale riciclata. L’originale struttura del legno viene modificata durante la trasformazione in carta, in quanto le fibre si orientano in tutte le direzioni realizzando la porosità del materiale che è responsabile dell’elevato potere isolante del materiale.

  1. Forma:

Fiocchi, granuli, pannelli con 15% di fibra di poliestere di irrigidimento.

  1. Produzione:

La fibra di cellulosa si ricava dalla carta di giornale riciclata. La carta viene sminuzzata e miscelata con sali di boro che rende il materiale ignifugo e antiparassitario.

  1. Caratteristiche:
  • Elevato isolamento a freddo;
  • Elevato isolamento acustico;
  • Elevata resistenza al fuoco;
  • Elevata Traspirabilità e nessun rischio di condensa;
  • Non può essere attaccata da tarme, insetti e muffe;
  • Basso impatto ambientale;
  • Impiego semplice e veloce con il minimo di risorse energetiche;
  • Elevato isolamento a caldo solo se la messa in opera ha densità tra 55- 60 km/m3;
  • Se utilizzato nella coibentazione del tetto, si può arrivare ad abbattere il 90% delle dispersioni.
  • Utilizzabile anche in campi tessile.
  1. D) Attenzione a:
  • Perfetta posa a regola d’arte;
  • Il riciclaggio dei pannelli è problematico poiché deve tenere in considerazione la presenza della fibra sintetica di poliestere.
  • Il trattamento con sali di boro non rende la fibra di cellulosa adatta per il compostaggio poiché si verificherebbero lisciviazioni nel terreno.
  1. E) Strutture, metodi d’impiego:

Insufflaggio aperto, a pressione nelle cavità, a spruzzo compatto acustico, pannelli.

 

  1. F) Costi Generali finali:

Costa meno di qualsiasi altro materiale del medesimo tipo perché è prodotto da materiale    di scarto naturale in maniera semplice e la sua applicazione è veloce senza l’obbligo di smontaggio e senza disturbi.

L’impiego della cellulosa rientra nelle opere di ristrutturazione per migliorare l’efficienza energetica di un edificio e hanno diritto a detrazioni fiscali che coprono il 65% della spesa richiesta.

  1. G) Alcuni esempi in Italia di costruzioni in cellulosa:

     Dogana di Torino (TO), Ospedale Imperia (IM), Casa di legno (BG), Scuola di Cambiano (TO).

  1. H) La Normativa:

La norma europea UNI EN 15101-1:2013 specifica i requisiti per i prodotti di cellulosa sfusa impiegati per l’isolamento termico ed acustico di edifici quando installati in pareti, pavimenti, coperture, porticati e soffitti. I prodotti presenti sul mercato sono autorizzati dagli enti preposti, a volte sono soggetti ad approvazioni tecniche europee (ETA) e rientrano nell’elenco B dei materiali da costruzione. Il materiale è stato molto discusso per possibili fattori di rischio per gli abitanti delle case con l’isolamento a fibre di cellulosa. Perciò la messa in opera deve essere, in ogni caso, fatta a regola d’arte.

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La Fuel Cell e il progetto Ene-Field

La Fuel Cell è un impianto in grado di produrre calore a bassa temperatura attraverso un processo di combustione catalitica che evita la formazione nell’aria di sostanze dannose.

SISTEMA AD IDROGENO PER PRODURRE ENERGIA E RISCALDARE CASA

In sintesi la Fuel Cell è un sistema a idrogeno composto da 5 parti: un elettrolizzatore, un serbatoio di accumulo dell’idrogeno, una cella a combustibile, una caldaia a idrogeno e una pompa di calore solare integrativa.

L’energia elettrica prodotta da un impianto fotovoltaico nelle ore diurne, nel momento in cui non è utilizzata, sarà infatti trasformata, attraverso elettrolisi, in idrogeno accumulato in apposite bombole. A sua volta l’idrogeno, potrà essere riconvertito in energia elettrica e termica, tramite una cella a combustibile, oppure tramite un’apposita caldaia a condensazione. Questo sistema può essere integrato con una pompa di calore solare, capace di sfruttare l’energia termica prodotta dai pannelli solari e quella elettrica, generata dall’impianto fotovoltaico e dalla cella a combustibile.

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L’assenza di carbonio nei reagenti della Fuel Cell determina una reazione senza emissioni di Co2 e la bassa temperatura di combustione non produce NOx, cioè ossidi di azoto, inquinanti e nocivi per la salute.

Praticamente è un produttore di elettricità affidabile perché non ha nessun elemento in movimento, silenzioso e con un’efficienza elettrica doppiamente superiore rispetto a quella del motore a scoppio e dove si utilizza anche il rimanente calore emesso: l’energia chimica viene convertita in energia elettrica. L’efficienza dell’impianto è vicina al 100%.

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Oltre alla non dispersione di sostanze nocive, questo tipo di impianto permette anche l’immagazzinamento dell’energia prodotta per vie rinnovabili che può essere utilizzata in un secondo momento.

In commercio si possono trovare, a ottimi prezzi, impianti-caldaie individuali o sistemi di trasformazione-introduzione dell’idrogeno nell’impianto-caldaia che si sta utilizzando per la produzione di energia elettrica-termica.

Risultati finali: si inquina meno e si risparmia pure sulla bolletta dell’elettricità e del gas.

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In Europa, per cercare di non affossare le energie rinnovabili è nato il Progetto ENE-Field, finanziato dall’UE, che sta installando unità a cella combustibile per la produzione di elettricità e calore tramite idrogeno in 1000 case in 12 paesi diversi dell’Europa. In Italia, il primo sistema di produzione energetica ad idrogeno è stato installato nel centro sportivo di Borgo Valsugana, in Trentino.

Nel progetto Ene-field, metà delle nuove caldaie-generatori sperimentali, saranno del tipo PEM cioè con separatore in membrana polimerica e catalizzatore al platino, che funzionano a circa 80°C. L’altra metà sarà del tipo SOFC cioè con separatore ceramico, che non usa platino, ma richiede temperature di funzionamento fra 600 a 800 °C.

I requisiti di base per aderire al progetto Ene-field sono essenzialmente avere un impianto di riscaldamento centralizzato con allaccio a gas, elettricità ed Internet. Per farlo si può fare la domanda on line sul sito del progetto per far sostituire la propria caldaia con una di queste nuove, in grado di fornire da 1 a 5 kW elettrici e fino a 25 kW termici, in uno spazio comparabile a quello di un normale impianto termico domestico.

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Visto che nessuno ha ancora una fornitura di idrogeno in casa, le fuel cell PEM, in un primo stadio, chiamato reforming, estraggono l’idrogeno dal metano, emettendo Co2 come scarto, mentre dalla cella uscirà solo vapore acqueo. Invece i sistemi SOFC sviluppano un reforming intero grazie alle alte temperature che però causa un abbassamento dell’efficienza del processo: circa il 35-40% per la parte elettrica, che comunque arriva all’80-95% complessivo, con il recupero del calore.

Perché l’idrogeno? Perché è l’atomo più semplice fra tutti: è costituito da un nucleo con un solo elettrone periferico. Quindi leggero e diffuso specie nelle sostanze organiche e nell’acqua.

 

 

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