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Emirati Arabi: l’orma ecologica pro-capite migliore al mondo

Il Global Footprint Report ha designato gli Emirati Arabi come il paese con l’orma ecologica pro-capite migliore al mondo: l’iniziativa “Al Basma Al Beeiyah” è un’associazione tra il Ministero dell’ambiente e dell’acqua, l’Agenzia delle acque di Abu Dhabi, l’Autorità degli Emirati per la normalizzazione e la metrologia, la Società di tutela della fauna selvatica degli Emirati e del mondo e la rete Global Footprint con lo scopo di garantire un futuro più sostenibile, analizzando e misurando l’impatto del modo di vivere sulla Terra. Il programma parte dal presupposto che si sprecano troppe quantità di acqua, energia e merci e che se tutti dovessero vivere e “sprecare” nello stesso modo, sarebbero necessari 4,5 pianeti a sostenere l’uomo. L’orma ecologica è, quindi, quell’entità che stabilisce i parametri del rapporto tra consumo umano e risorse terrestri: definisce le esigenze di un popolo in funzione delle risorse del suo territorio e gli strumenti necessari per fare in modo che tali risorse si rinnovino di continuo.

PERCHE’ GLI EMIRATI ARABI?

Gli UAE (United Arab Emirates) hanno conosciuto uno sviluppo sorprendente che, da una parte, ha aumentato la qualità della vita ma, dall’atra, ha provocato un consumo eccessivo di risorse naturali e energetiche. La sua ricchezza di idrocarburi gli ha anche permesso di consumare risorse all’esterno dei suoi confini, aumentando i danni sull’ambiente e sull’ecosistema. Ad oggi si è reso necessario un intervento serio per ridurre drasticamente le conseguenze di tale sviluppo economico.

L’iniziativa, inizialmente, promuove la consapevolezza e l’utilità di un consumo sostenibile fornendo a tutti materiali didattici e video, sviluppati dall’AED (Emirati Dirham) e dal WWF, su uno stile di vita più sostenibile. Tale sensibilizzazione denominata “Gli Eroi della UAE” deve partire principalmente dal nucleo familiare che, seguendo le informazioni della campagna, deve modificare le proprie attitudini. Le conseguenze sul territorio e sull’economia dei comportamenti dell’uomo post campagna vengono analizzati costantemente per monitorare l’andamento dei risultati.

Parallelamente all’analisi del comportamento umano, i ricercatori della EWS-WWF (Emirates Wildlife Society) e l’istituto Masdar, con un lavoro tecnico e di sostegno con la Global Footprint delineano degli scenari non solo per aumentare l’uso di energie rinnovabili e di attrezzature più efficienti ma anche per rafforzare la normativa vigente per diminuire il potere carburante e stabilizzare l’inquinamento delle acque, arrivato a livelli stratosferici per un cattivo controllo delle risorse del territorio.

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GLI SCENARI PER ABU DHABI

Per Abu Dhabi sono stati creati tre possibili scenari diversi. Se il primo programma, il più completo, venisse totalmente realizzato, tra una decina di anni, le emissioni di CO2 si ridurrebbero fino al 40% e l’orma pro capite globale degli Emirati diminuirebbe di un ettaro a persona.

Il I° scenario prevede l’aumento dei sistemi di raffreddamento delle costruzioni, l’introduzione di attrezzature energetiche di qualità superiore e un maggior controllo della qualità dell’acqua indoor e outdoor. Sono previste anche l’introduzione del veicolo elettrico fino ad un 50%, la creazione di 4 centrali nucleari di capacità da 1,45 GW fino al 2021, l’aumento dell’energia rinnovabile del 15%, osmosi inversa con installazione di 13 impianti di desalinizzazione da 60 MG, riutilizzazione al 100% di TSE e il bloccaggio e sequestro del 10% di carbonio da ora fino al 2030.

Il II° scenario, con fini minori, prevede solo l’aumento delle tariffe di acqua e elettricità del 200% da ora fino al 2030, la creazione delle 4 centrali nucleari, l’aumento dell’energia e il bloccaggio e sequestro del carbonio.

Il III° scenario è quello che garantisce il cambiamento minimo: creazione di 4 centrali nucleari di capacità da 1,45 GW da ora fino al 2021, aumento dell’energia rinnovabile del 15% da ora al 2020, bloccaggio e sequestro del carbonio di 10% da ora al 2030.

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I PUNTI SALIENTI DEL PROGRAMMA

Il programma ministeriale, quindi, vuole fornire dati statistici, di qualità e sempre aggiornati, per definire una politica univoca mirata ad aiutare l’uomo nel suo processo decisionale e nella valutazione delle conseguenze delle sue azioni. Il programma può diventare un modello di modus operandi che ben si presta al suo utilizzo in altri paesi del mondo.

I punti salienti di questo programma modello sono:

  • Analisi delle risorse
  • Ricerca continua
  • Miglioramenti metodologici
  • Definizione delle competenze e capacità
  • Politica mirata e diretta informazione
  • Sensibilizzazione tra settori

Uno risultati più recenti della collaborazione della Global Footprint con gli Emirati Arabi è l’approvazione di una nuova normativa sull’illuminazione, fortemente voluta dal primo Ministro degli UEA, Sheikh Al Maktoum, volta a ridurre i consumi energetici del paese all’anno da 340 a 500 Megawatt, l’equivalente dell’energia spesa da una centrale elettrica in sei mesi, soprattutto nel settore alberghiero che rappresenta il 57% dell’orma ecologica del paese. La normativa fissa gli standards indoor dei consumi elettrici sollecitando l’utilizzo di lampadine, sistemi illuminanti di alta qualità e di apparecchi salva vita evidenziandone le prestazioni tecniche, i riscontri economici e le conseguenze del loro utilizzo sull’ambiente. Il governo, oltre ad informare, si impegna a controllare la qualità dei prodotti illuminanti che vengono importati, garantendo l’ingresso nel paese di strumenti no low quality.

 

 

 

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Le abitazioni della città sotterranea di Coober Pedy

Coober Pedy, o capitale dell’opale, è una città sotterranea di circa 3000 abitanti che si trova nell’Australia meridionale, lungo la Stuart Highway. A causa dell’ampio deserto che caratterizzava quest’area geografica, le popolazioni autoctone erano prevalentemente cacciatori e nomadi in cerca di cibo o di rifornimenti idrici.

STORIA DI KUPA PITI

Nel 1915, tre cacciatori d’oro, J. Hutchin, suo figlio adolescente William e M. Mckenzie, si accamparono a sud di Coober Pedy e, durante una ricerca di acqua, scoprirono dei pezzi di opale. Fu questa risorsa mineraria che fece acquisire al luogo il nome di Stuart Range Opal, successivamente modificato in Coober Pedy, modernizzazione delle parole aborigene di “Kupa Piti”, uomo bianco in un buco.

La città ha iniziato a prendere vita a seguito del completamento della ferrovia che ha permesso a muratori e soldati di installarsi in questo posto dalle condizioni di vita durissime, creando dei ripari al di sotto del suolo che prevedevano anche dei serbatoi d’acqua per il sostentamento. Ciò era indispensabile perché Coober Pedy era sprovvista di risorse idriche e l’acqua veniva portata da molto lontano.

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Negli anni ’60 l’attività mineraria, dopo la forte crisi del 1940, riprese con vigore e costanza e ciò portò alla migrazione di europei e americani che si trapiantarono nell’area permettendo alla città di nascere: divenne un moderno centro di estrazione dell’opale, con annessa fitta rete di conduttura idrica sotterranea, funzionante per osmosi inversa.

LE CASE SOTTERRANEE

All’inizio i ripari erano effettivamente i piccoli fori scavati all’interno del suolo di arenaria, durante le attività minerarie. Col passare del tempo, la continua escavazione del terreno ha portato queste gallerie ad aumentare le proprie dimensioni, diventando enormi. In altri casi gli operai, che lavoravano in quell’area, hanno volutamente allargato alcuni dei rifugi sotterranei nei quali dormivano, facendoli diventare delle proprie e vere abitazioni, con tutti i comfort possibili. All’epoca l’unica pecca era data dal fatto che l’escavazione veniva effettuata manualmente, per cui i lavori non risultavano perfettamente a regola d’arte. Con l’introduzione delle macchine da traforo, le abitazioni hanno assunto le connotazioni di case magiche e affascinanti.

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Non hanno assolutamente l’aspetto di case cavernicole e primitive, scavate nella collina: l’ingresso in genere avviene a livello strada e la casa si estende, generalmente, in orizzontale al di sotto della collina che la accoglie; in alcuni casi ampliamenti parziali avvengono anche sotto il livello strada oppure all’esterno, circondati da giardini, pieni di piante grasse e contenitori di acqua. La struttura portante è data non solo dalla conformazione della collina di arenaria rossiccia ma anche da una struttura lignea fatta di assi, alcuni dei quali vengono posizionati in verticale a creare dei canali necessari alla ventilazione oppure al passaggio di luce naturale nelle stanze che non si affacciano sul fronte strada. La suddivisione degli ambienti interni viene creata scavando direttamente nella roccia o creando dei tramezzi colorati o di materiale diverso dalla roccia, come laterizio e pietra. Questi ultimi vengono utilizzati anche al di sopra di archi e architravi, per garantirne la stabilità strutturale.

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I muri di arenaria, in genere, non vengono né rasati né colorati: i muri si presentano allo stato brado facendo preservare all’abitazione la conformazione di “buco” nella roccia.

La luce è prevalentemente quella naturale che viene fatta entrare all’interno degli ambienti grazie a delle cavità nella collina stessa, specie nelle cucine e nei soggiorni. L’ingresso, nella maggior parte dei casi avviene nella zona giorno costituita da soggiorno e angolo cottura. Un piccolo disimpegno divide la zona giorno dalla zona notte e dal bagno, entrambi posti a nord, ben protetti, silenziosi e, in genere, privi di aperture.

A prescindere dalla temperatura esterna, l’arenaria protegge e isola le abitazioni regolando la quantità di umidità e rendendo lo spazio interno confortevole e soprattutto insonorizzato.

 

 

 

 

 

 

 

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Una piccola guida alla sostenibilità degli ambienti di un edificio

In un edificio viviamo, lavoriamo, studiamo, dormiamo, ci curiamo. All’interno degli edifici passiamo circa il 90% del nostro tempo. Abitiamo i luoghi in cui vengono a sommarsi abitudini, aspettative e desideri e in cui creiamo la nostra realtà. Abitare è un’attività complessa. In essa cerchiamo il benessere, la qualità del vivere, lo stare bene in qualunque momento: la sostenibilità degli ambienti produce tutto questo.

LA RICERCA DEL BENESSERE, DELLA QUALITA’ DI VITA E DELLO STARE BENE.

Abitare bene vuol dire vivere in ambienti che contribuiscono in positivo al nostro agire e sentire, al nostro fare e non fare, anche quando dormiamo.

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Solo quando fa star bene e procura benessere, un edificio risulta qualitativamente ricco. Crearsi un ambiente sano, che sviluppi benessere, vuol dire prestare attenzione a molti fattori:

nella progettazione, dalla distribuzione degli spazi alla scelta di materiali;

nella realizzazione, dalle modalità di posa all’esecuzione finale;

nella gestione dell’edificio, dalla fruizione occasionale alle abitudini consolidate.

Il Benessere Globale deriva da:

i rapporti tra interno ed esterno dell’edificio;

il ciclo di vita dell’edificio;

il comfort termico e acustico;

la qualità dell’illuminazione naturale ed artificiale;

la presenza di inquinamento elettromagnetico sia naturale che derivato da impianti e apparecchi usati all’interno dell’edificio;

la composizione, le emissioni e le qualità dei singoli materiali, del loro assemblaggio e trattamento con particolare attenzione alle tipologie di colle, adesivi, vernici, pitture;

la qualità di mobili e finiture;

le emissioni inquinanti derivanti dal tipo di attività svolta all’interno dell’edificio.

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La sensazione di benessere dipende dalle condizioni ambientali interne, e queste sono in gran parte prevedibili e pianificabili.  Progettando un ambiente, creiamo un ecosistema nuovo, costruiamo la relazione uomo-edificio-ambiente definendo molteplici connessioni che alterano le preesistenti componenti dell’ambiente quali il territorio, acqua, aria, energia, materiali e risorse. Per costruire e per abitare si impiegano le risorse che il pianeta ci mette a disposizione, risorse che sono destinate a finire o risorse che si rinnovano; tra queste ultime dobbiamo cercare materie ed energie da utilizzare. Abitare è quindi un atto di equilibrio, di uso corretto di ciò che la natura ci offre.

L’ottimizzazione delle risorse fa diminuire in maniera notevole sprechi e danni economici e ambientali. Rende disponibili tali risorse anche per le generazioni future. Anche la sola attenzione alle prestazioni energetiche degli edifici può contribuire in modo notevole, ma questa attenzione deve essere solo un primo passo per arrivare alla sostenibilità.

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Voglio ricordare che per Sostenibilità si intende la capacità dell’umanità di rispondere alle esigenze del presente senza pregiudicare la capacità delle future generazioni di rispondere alle loro necessità.

Tutto ciò, di partenza, poggia sul concetto delle 3 E:

Ecologico: vanno utilizzate le risorse della natura assicurando il processo di rigenerazione naturale degli equilibri degli ecosistemi.

Equo: le risorse vanno gestite e controllate dalle comunità con strumenti che devono essere garantiti loro dalle strutture e dalle organizzazioni sociali.

Economico: non va considerato il capitale della natura in termini di valore monetario, ma va considerato il prezzo delle funzioni ecologiche che consentono la vita sul pianeta.

Concetto da integrare con la Teoria delle 5 R, di Charles Kibert, che mette in relazione tra loro pianificazione, progetto, costruzione, gestione e dismissione dell’edificio con le risorse (energia, acqua, materiali, suolo):

Riduci: quantità di materiali, energia, acqua, emissioni inquinanti.

Riusa: suolo, edifici, materiali.

Ricicla: acqua, energia, materiali.

Ricostruisci: su suoli già utilizzati, strutture già esistenti.

Ristruttura o Restaura: aree, edifici, componenti edilizi.

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CHE COS’E’ UN EDIFICIO GREEN?

Un edificio, per essere sostenibile, può quindi essere costruito con qualsiasi tecnica o metodologia (con leggero, alto o basso apporto tecnologico) ma deve rispettare questi principi:

– Conservare-Preservare-Salvaguardare l’energia

– Riducendo/ Azzerando i consumi di energie fossili e non rinnovabili;

– Limitando/Azzerando l’inquinamento atmosferico;

– Diminuendo drasticamente i costi di gestione dell’edificio;

– Utilizzare il clima come parametro di progetto e di forma, ponendo attenzione ai microclimi e alla forma del sito;

– Ponendo attenzione alla forma, all’orientamento e alla distribuzione interna degli edifici, all’ombra portata sugli edifici circostanti, alla formazione di venti locali

– Progettando adeguatamente l’involucro edilizio: attacco a terra, elevazioni, copertura;

– Adottando soluzioni impiantistiche capaci di sfruttare al massimo le risorse naturali;

– Usando risorse rinnovabili come sole e vento.

– Ponendo attenzione all’ambiente circostante e alle sue relazioni con l’edificio: bisogna considerare le parti come singole e come pezzi di un tutt’uno;

– Evitando il degrado e il consumo del territorio;

– Limitando l’impatto su flora, fauna ed equilibri ecologici e agendo in sinergia con essi;

– Ponendo attenzione all’impatto sull’incremento del traffico dei nuovi insediamenti;

– Costruendo o recuperando con un dispendio minimo in costi ed energia;

– Pensando all’intero ciclo di vita dell’edificio ancora in fase progettuale, dalla costruzione sino a quando l’edificio smetterà la sua funzione;

– Pensando che la materia utilizzata per la costruzione è presa in prestito dalla natura e come tale va restituita reinserendola nei cicli biologici ed ecologici;

– Usando in modo appropriato le risorse e preservandole senza consumare suolo;

– Riqualificando gli edifici esistenti;

– Mettere al centro le esigenze dei fruitori;

Praticamente bisogna creare realtà in cui luogo, edificio, forma e clima sono elementi fondamentali ed interrelati tra loro che pongono le basi per l’equilibrio psicofisico degli individui.

 

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La Fuel Cell e il progetto Ene-Field

La Fuel Cell è un impianto in grado di produrre calore a bassa temperatura attraverso un processo di combustione catalitica che evita la formazione nell’aria di sostanze dannose.

SISTEMA AD IDROGENO PER PRODURRE ENERGIA E RISCALDARE CASA

In sintesi la Fuel Cell è un sistema a idrogeno composto da 5 parti: un elettrolizzatore, un serbatoio di accumulo dell’idrogeno, una cella a combustibile, una caldaia a idrogeno e una pompa di calore solare integrativa.

L’energia elettrica prodotta da un impianto fotovoltaico nelle ore diurne, nel momento in cui non è utilizzata, sarà infatti trasformata, attraverso elettrolisi, in idrogeno accumulato in apposite bombole. A sua volta l’idrogeno, potrà essere riconvertito in energia elettrica e termica, tramite una cella a combustibile, oppure tramite un’apposita caldaia a condensazione. Questo sistema può essere integrato con una pompa di calore solare, capace di sfruttare l’energia termica prodotta dai pannelli solari e quella elettrica, generata dall’impianto fotovoltaico e dalla cella a combustibile.

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L’assenza di carbonio nei reagenti della Fuel Cell determina una reazione senza emissioni di Co2 e la bassa temperatura di combustione non produce NOx, cioè ossidi di azoto, inquinanti e nocivi per la salute.

Praticamente è un produttore di elettricità affidabile perché non ha nessun elemento in movimento, silenzioso e con un’efficienza elettrica doppiamente superiore rispetto a quella del motore a scoppio e dove si utilizza anche il rimanente calore emesso: l’energia chimica viene convertita in energia elettrica. L’efficienza dell’impianto è vicina al 100%.

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Oltre alla non dispersione di sostanze nocive, questo tipo di impianto permette anche l’immagazzinamento dell’energia prodotta per vie rinnovabili che può essere utilizzata in un secondo momento.

In commercio si possono trovare, a ottimi prezzi, impianti-caldaie individuali o sistemi di trasformazione-introduzione dell’idrogeno nell’impianto-caldaia che si sta utilizzando per la produzione di energia elettrica-termica.

Risultati finali: si inquina meno e si risparmia pure sulla bolletta dell’elettricità e del gas.

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In Europa, per cercare di non affossare le energie rinnovabili è nato il Progetto ENE-Field, finanziato dall’UE, che sta installando unità a cella combustibile per la produzione di elettricità e calore tramite idrogeno in 1000 case in 12 paesi diversi dell’Europa. In Italia, il primo sistema di produzione energetica ad idrogeno è stato installato nel centro sportivo di Borgo Valsugana, in Trentino.

Nel progetto Ene-field, metà delle nuove caldaie-generatori sperimentali, saranno del tipo PEM cioè con separatore in membrana polimerica e catalizzatore al platino, che funzionano a circa 80°C. L’altra metà sarà del tipo SOFC cioè con separatore ceramico, che non usa platino, ma richiede temperature di funzionamento fra 600 a 800 °C.

I requisiti di base per aderire al progetto Ene-field sono essenzialmente avere un impianto di riscaldamento centralizzato con allaccio a gas, elettricità ed Internet. Per farlo si può fare la domanda on line sul sito del progetto per far sostituire la propria caldaia con una di queste nuove, in grado di fornire da 1 a 5 kW elettrici e fino a 25 kW termici, in uno spazio comparabile a quello di un normale impianto termico domestico.

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Visto che nessuno ha ancora una fornitura di idrogeno in casa, le fuel cell PEM, in un primo stadio, chiamato reforming, estraggono l’idrogeno dal metano, emettendo Co2 come scarto, mentre dalla cella uscirà solo vapore acqueo. Invece i sistemi SOFC sviluppano un reforming intero grazie alle alte temperature che però causa un abbassamento dell’efficienza del processo: circa il 35-40% per la parte elettrica, che comunque arriva all’80-95% complessivo, con il recupero del calore.

Perché l’idrogeno? Perché è l’atomo più semplice fra tutti: è costituito da un nucleo con un solo elettrone periferico. Quindi leggero e diffuso specie nelle sostanze organiche e nell’acqua.

 

 

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La Sick Building Syndrome

Il “clima abitativo” descrive i fattori che influenzano, negli spazi interni, il benessere dei suoi utilizzatori. E’ determinato in misura sostanziale dalla temperatura e dall’umidità dell’aria, tuttavia contribuiscono altri fattori quali gli agenti inquinanti, le polveri e gli acari, la luce, gli arredi e gli accessori. Questo perché la salute psicofisica è in funzione anche della percezione degli spazi in relazione alle qualità tattili, olfattive, uditive e visive che i materiali degli ambienti e degli arredi comunicano alle persone. Ecco perchè bisogna prestare attenzione allo stato dei luoghi in cui viviamo e parlare di Sick Building Syndrome o sindrome da edificio malato.

 BISOGNA PRESTARE MOLTA ATTENZIONE ALLA SCELTA DEI MATERIALI, OSSIA DELLE RIFINITURE EDILIZIE, DEGLI ARREDI E DEI TESSUTI.

L'”inquinamento indoor” è stato riconosciuto come causa di varie patologie conosciute come “Sick Building Syndrome” o SBS, sindrome da edificio malato, quali sonnolenze, allergie, emicranie, infiammazioni alle vie aeree fino ad arrivare anche a forme molto gravi di neoplasie. L’igiene e la salute degli ambienti interni diventano l’argomento chiave della direttiva CEE 89/106, che non solo menziona le caratteristiche da analizzare per ritenere un materiale salubre e idoneo all’impiego edilizio ma cita anche tutta una serie di materiali che possono essere fonte di inquinamento degli ambienti chiusi: materiali usati per pavimentazioni, pareti e rivestimenti, isolanti, colle, impermeabilizzanti, conservanti del legno, impianti elettrici e murature.

Lo sviluppo di asme, dermatiti e dermatosi, rinite, pneumopatie, eczemi e orticarie, risultati della Sick Building Syndrome, sono provocate, da una parte, dall’inalazione di polveri e sporco che si accumulano negli ambienti chiusi, dall’altra, dalla manipolazione e respirazione di sostanze contenenti allergeni quali resine, acrilati, polveri di pvc e di cemento, vernici, legni, solventi e metalli, che banalmente possono anche trovarsi nei complementi d’arredo. In piccolo: Si all’uso di mobili, per esempio, realizzati in fibra di media densità, no a quelli ricchi di formaldeide. Si ai tappeti facilmente lavabili, no a quelli con maglie che trattengono polvere e sporco. Si alla costante manutenzione degli impianti e alla pulizia con filtri HEPA. Infine, è meglio riciclare un mobile usato che non comprarlo nuovo: le sostanze tossiche col tempo evaporano e scompaiono del tutto.  E’ chiaro che lo sviluppo di queste patologie risulta essere connesso con le condizioni dell’ambiente che viene vissuto: il freddo sensibilizza la cute facilitando la penetrazione degli allergeni, il sole può determinare reazioni fotoallergiche e una stanza umida e poco pulita può provocare dermatosi. Tutto ciò è Sick Building Syndrome.

Chi desidera vivere o costruire in maniera sana dovrebbe, quindi, prestare molta attenzione alla scelta dei materiali, sia per l’arredo che per la struttura edilizia, sfruttando quelli che sono i vantaggi derivanti dall’uso di materiali naturali, ecologici e salutari. Il problema sostanziale è che molti di questi materiali, che di base sono inoffensivi, spesso, vengono mescolati ad additivi che servono da leganti, da agenti fungicidi o ignifughi e che, dunque, possono presentare dei rischi, dando il via alla Sick Building Syndrome. Per esempio la canapa, singolarmente, è un materiale completamente naturale e dalle ottime prestazioni isolanti ma se, come materiale bicomponente, viene associata ad una calce composta da scarti industriali o elementi chimici, non risulta più essere un materiale completamente innocuo. Lo stesso vale per il legno, di cui si conoscono molto bene sia le ottime caratteristiche naturali autoctone che le elevate prestazioni meccaniche, igrometriche e acustiche. Non necessita di particolari trattamenti, ma spesso, per un fattore puramente estetico, viene sottoposto all’uso di sostanze chimiche irritanti come colle, vernici e solventi ricchi di formaldeide che, da una parte, annullano le sue ottime prestazioni meccaniche, dall’altra, provocano malessere fisico elevato, cioè Sick Building Syndrome.

La maggior parte delle sostanze tossiche vengono inalate con l’aria, non raggiungono gli organi interni, ma arrivano ad irritare le mucose degli occhi e delle vie respiratorie superiori, provocando bruciore agli occhi, al naso e alla gola, nonché gocciolamento e otturazione del naso. Se l’infiammazione delle vie aeree persiste, si possono riscontrare anche emicranie, spossatezza e malessere gastro-intestinale. Collanti chimici, ma con rischi limitati di sviluppo di qualche patologia SBS, sono presenti anche nei compensati, truciolari, panforti e pannelli multistrato che compongono molti pezzi di arredo e di design.

Ciò per dire che, il più delle volte, risulta essere sbagliata e pericolosa l’associazione di più prodotti che non la scelta del singolo materiale.

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Secondo la L.256/74, sono classificati come pericolosi, con rischio (R) e raccomandazioni di prudenza (S), i preparati appartenenti a questi gruppi merceologici: idrofughi, acceleranti e agenti anti-gelo per malte cementizie, agenti espansivi per calcestruzzi miscele di additivi per cemento, epossidici, neoprenici, polimeri sintetici in solventi, resine sintetiche in alcool, cementi bituminosi, diluenti a base di solventi organici, impregnanti a base di resine silossaniche, idrorepellenti siliconici in soluzione acquosa, sigillanti epossi-poliuretanici a base di catrame, induritori per massetti cementizi, lattici gommosi per massetti e rasature, resine epossidiche per iniezioni, svernicianti e vernici a base di solventi speciali e epossi-bituminose.

 

Sono particolarmente affezionata a questo articolo. E’ stato il primo che ho scritto dopo tanti anni e il primo ad essere pubblicato online.

 

 

 

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